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'Giannino': "Aveva trovato una Empoli di mattoni e l'ha lasciata di marmo"

06-06-2026 16:17 - Opinioni
Questa mattina, in occasione dell'intitolazione della nuova bretella di Serravalle a Mario Assirelli, Gianni Assirelli è intervenuto in rappresentanza della famiglia. Ecco il suo contributo

di Gianni Assirelli

Chiamarsi Assirelli a Empoli negli anni Sessanta e Settanta non era semplice. Ogni volta che pronunciavi il cognome, la domanda arrivava puntuale: «Parente di Mario?». Lo chiedevano così spesso che, a volte, veniva quasi voglia di rispondere di no. Perché Mario Assirelli non era soltanto il sindaco di Empoli. Era una presenza. Una figura politica e umana talmente grande da identificarsi con la città stessa. Per molti, semplicemente, lui era Empoli.


In casa mia era "Mario". Mio nonno, suo cugino, e mio padre ne parlavano sempre con rispetto, quasi con deferenza. Non ricordo una volta in cui abbiano messo in discussione una sua decisione. Come se non volessero disturbare un uomo che portava sulle spalle il peso della comunità. Nessuno dubitava delle sue capacità, del suo senso delle istituzioni, della sua onestà personale. Ricordavano spesso il lavoro immenso svolto durante l'alluvione del 1966 e la preoccupazione che provarono anni dopo per le conseguenze dei tragici fatti che coinvolsero il terrorista Mario Tuti, vicenda che lo segnò profondamente sul piano umano e politico.

I miei primi ricordi personali risalgono all'inaugurazione della scuola materna Peter Pan, tra il 1966 e il 1967. Probabilmente per il cognome che portavo, mi scelsero per consegnargli un mazzo di fiori. Quando venne aperta la tenda inaugurale, i flash dei fotografi mi abbagliarono. Non vedevo più niente. Poi sentii una voce rassicurante: «Giannino, sono qui». Era la sua voce. Fu il primo a chiamarmi così. Lo ricordo anche negli incontri casuali con mio nonno. Io stavo seduto sulla canna della bicicletta e ascoltavo i loro discorsi. Sulla politica erano quasi sempre d'accordo. Sul calcio molto meno. Del resto, avevano condiviso anche la giovinezza sportiva, giocando nella squadra degli "Scozzesi Erranti", una formazione diventata quasi leggendaria, così chiamata perché i giocatori indossavano un kilt scozzese al posto dei pantaloncini. Di quella squadra esisteva una fotografia conservata in famiglia; probabilmente una copia è ancora custodita dall'amico e storico Carlo Fontanelli.

Anche quando diventai uno dei fondatori della prima radio libera empolese, provai a coinvolgerlo. Gli chiesi, anzi lo supplicai, di intervenire in diretta per fare gli auguri di Natale ai cittadini. Mi ascoltò con la sua consueta cordialità, ma la risposta fu netta: «Per me parla l'amministrazione comunale». Non ci fu modo di fargli cambiare idea. Oggi, nell'epoca dei social network, dell'esposizione continua e dei selfie, sarebbe interessante conoscere il suo giudizio. La sua storia pubblica si concluse nel 1980, dopo oltre trent'anni di impegno amministrativo e politico. Un periodo durante il quale Empoli cambiò volto. Prendendo in prestito una celebre frase attribuita a Ottaviano Augusto, possiamo dire che «aveva trovato una Empoli di mattoni e l'aveva lasciata di marmo».

È una sintesi efficace. Durante la sua amministrazione, Empoli passò dall'essere un grande paese a diventare una vera città. Furono gli anni della ricostruzione, dello sviluppo economico, dell'espansione urbanistica e demografica. Furono anche gli anni dell'arrivo di migliaia di famiglie dal Sud Italia, un fenomeno che seppe governare con equilibrio e lungimiranza, favorendo l'integrazione e la coesione sociale. Empoli crebbe senza perdere la propria identità e senza lasciare indietro nessuno.


Quando Mario Assirelli morì, ero dirigente dell'Empoli Football Club. Sentii il bisogno di rendergli omaggio. Organizzai, con l’allora assessore allo sport Maurizio Cei e Sauro Cappelli, una semplice cerimonia e decisi di deporre un mazzo di fiori nel suo posto in tribuna coperta. Ma trovarlo non fu semplice. Durante le partite non riusciva a stare fermo. Seguiva l'Empoli in piedi, camminando nervosamente nella parte alta della tribuna, là dove oggi si trovano gli sky box. Alla fine, andammo a cercare negli archivi della società. Scoprimmo che possedeva da sempre lo stesso abbonamento di tribuna coperta. Un posto regolarmente pagato ogni anno. Non aveva mai chiesto un ingresso omaggio, nonostante lo stadio lo avesse fatto lui.

Forse è proprio questo dettaglio, apparentemente piccolo, a raccontare meglio di tanti discorsi chi fosse Mario Assirelli. Un uomo che considerava il servizio pubblico un dovere e non un privilegio. Un amministratore che ha lasciato un segno profondo nella storia di Empoli e nella memoria di chi lo ha conosciuto.

Per questo l'intitolazione di questa bretella stradale non rappresenta soltanto un atto formale. È il riconoscimento di una comunità verso uno dei suoi costruttori più importanti. Un uomo che ha accompagnato Empoli nella sua trasformazione e che continua, ancora oggi, a essere parte del suo cammino.