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Groenlandia, le risorse sotto il ghiaccio e il conflitto nel cuore del cambiamento climatico

13-01-2026 15:47 - Opinioni
di Gordon Baldacci

Solitamente in queste pagine, trattiamo il clima e gli eventi atmosferici che coinvolgono Empoli ed il suo circondario. Stavolta però l’argomento è di quelli che alla fine ci coinvolgeranno volente e nolente; anche se le dinamiche atmosferiche e politiche sono distanti da noi oltre quattromilacinquecento chilometri.

Notizia di questi giorni, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha iniziato a disporre un piano specifico per la presa in possesso della Groenlandia. In uno dei suoi ultimi interventi, ha dichiarato che - o con le buone o con le cattive - gli Stati Uniti acquisiranno l’isola artica, adducendo a questa scelta il bisogno di evitare che altre potenze come Russia e Cina possano fare altrettanto. Una motivazione teoricamente basata solo su questioni geopolitiche, ma in verità ci sono anche altri interessi ed il clima che cambia paradossalmente è uno di questi.

Al di là dello scontro diplomatico, la premier danese Mette Frederiksen ha respinto con fermezza queste affermazioni, ribadendo che gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di prendere il controllo di un territorio danese e chiedendo la fine delle minacce nei confronti di un alleato storico della Nato e dell’Unione Europea.

Da circa quattro anni poi, l’attuale governo danese, una coalizione di minoranza guidata dal Primo Ministro Mette Frederiksen (Socialdemocratici), formata insieme ai partiti Liberali (Venstre) e i Moderati, promuove un turismo sostenibile e regolato, come alternativa allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali. Anche sul fronte minerario l’approccio resta prudente. Pur consapevole della ricchezza del sottosuolo, la Groenlandia ha introdotto criteri ambientali più stringenti e ha bloccato progetti particolarmente controversi, come quelli legati all’estrazione dell’uranio. Le materie prime critiche vengono considerate una possibile leva per l’autonomia futura, ma solo a condizione che lo sfruttamento garantisca benefici diretti alla popolazione e rimanga sotto un controllo pubblico rigoroso.

Questo percorso si intreccia con il dibattito sull’autodeterminazione, da anni centrale nella politica dell’isola. La Groenlandia dipende ancora in larga misura dai trasferimenti economici della Danimarca, ma punta a costruire un’economia più diversificata, capace di sostenere in futuro una maggiore indipendenza politica senza scivolare in nuove forme di dipendenza. Una scelta politica rilevante per un territorio che ambisce a una maggiore autonomia economica e decisionale, senza compromettere un ecosistema estremamente fragile.

Del resto la Groenlandia è uno dei territori più esposti agli effetti accelerati della crisi climatica. L’aumento della temperatura media globale sta causando uno scioglimento sempre più rapido della calotta glaciale, con conseguenze che non riguardano solo l’isola, ma l’intero pianeta. La perdita di ghiaccio contribuisce all’innalzamento del livello dei mari e all’alterazione delle correnti oceaniche, mentre modifica profondamente la geografia e le possibilità di utilizzo del territorio.



Le dichiarazioni di Donald Trump si collocano in netto contrasto rispetto a questa impostazione. L’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia appare legato soprattutto all’accesso diretto alle risorse strategiche dell’isola: terre rare fondamentali per la transizione energetica, potenziali giacimenti di petrolio e gas, riserve idriche e nuove rotte commerciali artiche. A questi elementi si aggiunge la dimensione militare, con l’importanza dell’isola per il controllo del Nord Atlantico e delle infrastrutture già presenti.

Se da un lato Donald Trump si è sempre presentato come un negazionista del cambiamento climatico, dall’altra è consapevole che proprio i cambiamenti in atto, (pubblicamente negati) sono la leva di una nuova economia, basata sulle potenziali risorse che un esponenziale scioglimento dei ghiacci potranno portare alla luce del sole.

Paradossalmente una posizione che “auspica” e quindi “crede” nel Cambiamento Climatico, come nuovo motore dell’economia mondiale, pur ribadendo che tutte le informazioni attuali al riguardo sono solo “fake news”. Proviamo quindi a quantificare i vantaggi del Climate Change, ovviamente stiamo parlando di soldi non di ambiente e delle conseguenze a cui il mondo intero, non solo l’Artico, andrà a sperimentare.



A conti fatti si stima una cifra di oltre 400 miliardi di dollari come valore primario di questa nuova economia basata appunto sullo scioglimento dei ghiacci. Il tycoon, fiutando l’affare non si è certo tirato indietro, e di fronte alle tessere del nuovo risiko politico mondiale, ha scelto di giocare a Monopoly, rilanciando i dadi e tentando di acquistare, come appunto nel vecchio gioco di società, una delle caselle che in futuro, saranno determinanti sotto tanti punti vista. Non a caso non esclude l’intervento dell’esercito. “Ma l’obiettivo è comprarla dalla Danimarca” - sottolinea - come Via dell’Accademia o il Parco della Vittoria…nel famoso gioco in scatola. Due visioni contrapposte: sostenibilità e autodeterminazione contro spazio strategico e cassaforte di risorse.

In questo quadro, le parole di Trump non aprono una nuova fase di cooperazione, ma espongono una frattura, in un momento in cui la crisi climatica ne sta già mettendo a rischio l’equilibrio ambientale e sociale.



Non volendo un’isola grande sette volte l’Italia, si trova suo malgrado al centro di una trasformazione profonda, in cui il cambiamento climatico ridefinisce opportunità e vulnerabilità. Il modo in cui verranno gestite queste tensioni dirà molto non solo del futuro dell’isola, ma anche della capacità della politica internazionale di confrontarsi con la crisi climatica senza trasformarsi nell'ennesima occasione di sfruttamento. La crisi climatica non sta solo modificando il clima, ma il modo stesso in cui il potere si esercita. Lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia rende visibile un meccanismo ormai strutturale: le emergenze ambientali aprono nuovi spazi di competizione, soprattutto quando colpiscono territori politicamente determinanti.



In questo senso, il cambiamento climatico non è più soltanto una questione ambientale, ma un acceleratore di disuguaglianze geopolitiche. La Groenlandia si trova così a incarnare una contraddizione profonda del nostro tempo. Da un lato, è costretta a inseguire l’autonomia economica in un mondo che continua a basarsi sull’estrazione e sul consumo di risorse; dall’altro, è uno dei luoghi che pagano il prezzo più alto di un modello di sviluppo che non hanno contribuito a costruire. La promessa di crescita che accompagna l’accessibilità delle risorse rischia di trasformarsi in una nuova forma di dipendenza, mascherata da opportunità. Il punto politico centrale non riguarda solo chi controllerà le risorse, ma chi deciderà le regole sul come gestirle.



Se la crisi climatica diventa il contesto dentro cui si ridefiniscono i rapporti di forza, allora il rischio è che la sostenibilità venga svuotata di significato e ridotta a strumento retorico. La Groenlandia mostra con chiarezza che la transizione ecologica, se non accompagnata da giustizia climatica e autodeterminazione, può riprodurre le stesse dinamiche di dominio che dice di voler superare. In questo scenario, la questione non è soltanto ambientale né esclusivamente geopolitica, diventa sociale. Riguarda il diritto dei territori di non essere definiti solo dalla loro utilità strategica e la capacità delle democrazie di riconoscere limiti reali in un mondo che si sta riscaldando. La Groenlandia, oggi, non è un’eccezione remota, ma un laboratorio estremo di ciò che accade quando la crisi climatica incontra il potere decisionale delle potenze mondiali.



Intendiamoci, se non fosse Trump adesso a lanciare i dadi, non pensiamo che gli altri “galantuomini” seduti al tavolo dei potenti, siano persone mosse da una volontà munifica. Sia Putin che Xi Jinping forse preferirebbero altri metodi di conquista, il primo forse per via militare ed il secondo per mano espansionistica, invadendo inizialmente un nuovo mercato con prodotti a basso costo e spesso molto inquinanti. Dopo tutto il comunismo cinese è solo il farmaco generico del capitalismo americano. Fini e metodi non divergono anzi, perseguono e si intrecciano in improbabili parabole economiche.

In tutto questo c’è l’Europa, la cui Danimarca è però membro dell’Unione Europea dal 1973. Questa nazione ha una sua esenzione (opt-out) dall'Euro, mantenendo la propria valuta, la corona danese, pur essendo legata ad essa tramite gli Accordi di cambio (ERM II) e partecipa pienamente al mercato unico e all'area Schengen. Stando alle notizie attuali, la Commissione Europea pare sia stata colta di sorpresa dalla proposta di Trump. Certo sei leader nazionali, da Emmanuel Macron a Giorgia Meloni, da Friedrich Merz a Keir Starmer, da Donald Tusk a Pedro Sanchéz, passando per la danese Matte Frederiksen, sono riusciti a esprimere una posizione convergente, ma solo dopo la timida, molto timida reazione dell’Unione europea.

In questo mondo al contrario sempre sulla linea di un ipotetico fuori gioco, l’Europa che si fa da tempo paladina nella lotta al Cambiamento Climatico, anche con alcune direttive, ammettiamolo scientificamente discutibili, è stata preceduta sul tempo, da un negazionista convinto come l’attuale presidente degli Stati Uniti, sulle possibili nuove opportunità che il Climate Change sta palesando. Questo non significa ovviamente inseguire la folle corsa al depauperamento delle risorse, semmai a muoversi sul serio, celermente, a difendere da tempo non da “adesso” un territorio che è e resta appendice d’Europa e non solo geograficamente.

Non possiamo ad oggi sapere come andrà a finire la questione Groenlandia, ma già nella radice del suo nome, oggi citato a sproposito dai tanti negazionisti climatici a dimostrazione delle loro tesi, qualcuno secoli orsono, aveva già capito le enormi potenzialità di queste terre.

Sappiamo da fonti storiche certe che fu Erik il Rosso nel X secolo a battezzare “Groenlandia” da Grønland in norreno. Non perché l'isola fosse interamente coperta di foreste, ma per attirare coloni, sfruttando le zone costiere verdi e prive di ghiaccio che vide durante l'estate, in quella che fu una delle prime strategie di marketing della storia, un tipo di "greenwashing" ante litteram.

La storia potrebbe ripetersi, ma con uno scenario in cui i futuri colonizzatori, non saranno invogliati dal colore verde smeraldo di quelle terre, ma dalle materie prime che sono custodite sotto di esse, e che riemergeranno a poco a poco dai ghiacciai in scioglimento; dopo almeno quattro delle ere interglaciali scientificamente riconosciute.