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I colori del riscatto: Diana Bagnoli, il sogno dell'arte ritrovato a 77 anni

23-10-2026 19:44 - Cronaca
di Emilio Chiorazzo

Ci sono sogni che non scompaiono, anche quando la vita sembra averli relegati in un angolo. Rimangono nascosti tra i ricordi, custoditi dentro una passione che non ha mai smesso davvero di esistere, in attesa che qualcuno sappia riconoscerla e restituirle spazio. La storia di Diana Bagnoli, 77 anni, è quella di un talento coltivato a lungo in silenzio, di una vocazione artistica che ha attraversato le stagioni della vita senza trovare sempre la possibilità di esprimersi pienamente. Ed è soprattutto la storia di una rinascita, resa possibile da chi ha saputo guardare oltre la quotidianità dell'assistenza per riconoscere il valore di una donna e dei suoi desideri.

È questo il cuore di “I colori del riscatto. Il viaggio di Diana: dall’arte negata alla libertà espressiva di Donne al Centro”, la mostra ospitata venerdì 23 ottobre, alle 17, nel Chiostro dell'ex convento degli Agostiniani, in via dei Neri 15, a Empoli. L'iniziativa si inserisce nella rassegna Donne al Centro, dedicata a eventi di ogni genere, promossa dalla Commissione Pari Opportunità del Comune di Empoli, ed è curata da Colori Società Cooperativa Sociale Onlus.

Al centro dell'esposizione ci sono le opere di Diana, in particolare i suoi quadri realizzati con frammenti di pelle colorata: lavori pazienti, costruiti pezzo dopo pezzo, che raccontano una sensibilità artistica personale e una capacità sorprendente di trasformare materiali di recupero in immagini ricche di espressività.
Ma la mostra non si esaurisce nella bellezza delle opere. Dietro quei volti, quei colori e quei piccoli frammenti assemblati con cura c'è una storia umana che parla di desideri rimasti in sospeso, di occasioni mancate e della possibilità di ritrovare, anche a 77 anni, una libertà creativa che sembrava lontana.

La svolta nella vita artistica di Diana è maturata alla Rsa di via delle Chiassatelle, dove le operatrici, conoscendola e osservandola nel tempo, hanno compreso quanto la pittura fosse legata al suo benessere personale. All'inizio non era scontato che tornasse a dipingere. La sua passione sembrava essersi ritirata in un angolo, quasi come se Diana avesse imparato a non chiedere spazio per ciò che più amava. Eppure, dietro quella riservatezza, rimaneva un mondo creativo da riportare alla luce.

A raccontare il percorso è Laura Giordani, direttrice della struttura, che ha sottolineato l'importanza di conoscere davvero le persone per poter individuare ciò che può aiutarle a stare meglio. «Conoscendola abbiamo capito che cosa significasse per lei l'arte: era bellezza, era libertà», ha spiegato Giordani. Poi una frase pronunciata dalla stessa Diana ha offerto la chiave per comprendere il valore della pittura nella sua vita: «Una volta mi disse: “Dipingere mi fa stare bene”».
Parole semplici, ma decisive. Da quel momento, il ritorno all'arte è diventato un obiettivo concreto del progetto assistenziale costruito intorno a lei. Non si trattava soltanto di proporle un'attività per occupare il tempo, ma di aiutarla a recuperare una parte importante della propria identità.
Le operatrici e le animatrici della Rsa hanno saputo cogliere un bisogno che non si manifestava necessariamente attraverso richieste esplicite. Hanno riconosciuto il talento di Diana, compreso quanto la pittura le mancasse e individuato una strada per permetterle di riprendere in mano pennelli, colori e materiali.
La scelta della struttura è stata particolarmente significativa: invece di aspettare che Diana chiedesse di tornare a dipingere, è stata l'équipe a commissionarle dei lavori. Un cambio di prospettiva che le ha permesso di sentirsi cercata, valorizzata e riconosciuta per le proprie capacità.
«Il nostro è stato proprio un progetto assistenziale che si è posto come obiettivo quello di migliorare la sua qualità di vita e farla tornare a dipingere», ha spiegato la direttrice.

Il messaggio trasmesso a Diana era chiaro: non era lei a dover dimostrare di avere ancora bisogno della propria arte, ma erano gli altri ad avere bisogno di lei, della sua creatività e delle sue opere. Una strategia semplice e insieme profonda, che ha contribuito a restituirle fiducia e motivazione. La pittura è tornata a essere uno spazio personale di libertà, un luogo nel quale concentrarsi, sperimentare e ritrovare il piacere di creare. Giordani ha voluto ringraziare l'intera Rsa di via delle Chiassatelle e tutto il personale per la sensibilità e la professionalità dimostrate. Il percorso, infatti, non è stato il risultato dell'iniziativa di una sola persona, ma di un lavoro condiviso, capace di mettere al centro la storia e i desideri di un'ospite.
La mostra al Chiostro degli Agostiniani rappresenta oggi uno dei risultati più visibili di quel progetto: le opere escono dagli spazi della quotidianità della struttura e vengono presentate alla città, offrendo al pubblico l'occasione di conoscere Diana attraverso ciò che ama fare.

Per comprendere fino in fondo il significato di questa rinascita bisogna tornare all'infanzia di Diana, quando la passione per il disegno era già evidente. Il ricordo - riaffiora durante una giornata calda, in giardino, in una conversazione che nasce quasi spontaneamente. Diana racconta episodi della propria vita con la vivacità di chi conserva nella memoria immagini rimaste intatte nel tempo.
«Sai come ho imparato a disegnare? Ero in terza elementare. La maestra portò in classe un cedro e lo mise sulla cattedra: “Ragazzi, su, disegnatelo”. È stato il mio primo disegno. Sai quanto ho preso? Dieci».
Quel voto è rimasto impresso nella sua memoria. Non soltanto perché premiava un compito riuscito, ma perché rappresentava il primo riconoscimento di una capacità che avrebbe continuato ad accompagnarla per tutta la vita.
A casa conserva ancora quel disegno. Da bambina, quando arrivavano cartoline, ne riproduceva le immagini sui vassoi delle paste. Ricorda ancora i Faraglioni di Capri, uno dei soggetti che le erano rimasti nel cuore.
Il disegno era la sua materia preferita. Quando la maestra assegnava un lavoro da svolgere a casa, Diana non si accontentava di prepararne uno: ne portava almeno tre o quattro. La voglia di disegnare era tanta, e la creatività trovava il modo di esprimersi anche nelle occasioni più semplici.
Il contesto familiare, però, non le offrì sempre il sostegno necessario per trasformare quella passione in un progetto di vita. Diana ricorda una famiglia nella quale non c'era molto dialogo. La madre, una donna semplice e tenace, era nata ad Anela, un piccolo paese della Sardegna. Il padre lavorava con il cemento e faceva l'artigiano; secondo il ricordo della figlia, avrebbe desiderato un maschio, ma erano nate tre donne.
A quattordici anni arrivò il momento di scegliere la scuola superiore. Diana aveva un desiderio preciso: andare alle Belle Arti a Firenze. Non era un capriccio, ma il naturale proseguimento di una passione che già allora occupava un posto centrale nella sua vita.
L'idea, tuttavia, non trovò spazio. Era ancora una ragazza giovane e affrontare da sola un viaggio in treno per raggiungere Firenze sembrava impensabile.
Diana ricorda di aver chiesto se potesse andare. La risposta fu negativa. Lei non insistette: lo domandò una volta sola e poi lasciò cadere il discorso.
«Se avessi insistito, forse…», riflette oggi.
In quella frase si concentra il rimpianto per una strada non percorsa, per un desiderio che non ha avuto la possibilità di diventare realtà. La sua non è la storia di una passione perduta, ma di una vocazione che ha dovuto convivere con altre necessità e con scelte che, nel corso della vita, hanno lasciato meno spazio all'arte di quanto Diana avrebbe voluto.

La vita è andata avanti e Diana ha trovato altre forme di espressione. Per circa quarant'anni si è dedicata al ricamo, un'attività che richiede pazienza, precisione e attenzione ai particolari.
La pittura, però, non è mai scomparsa del tutto. Ogni tanto realizzava un quadro, uno o due, per poi tornare al ricamo. Ha sempre cercato di fare da sé, senza chiedere aiuto a nessuno, portando avanti la propria creatività con discrezione.
Il desiderio di dipingere è rimasto vivo, anche se non sempre ha avuto modo di occupare il posto che avrebbe meritato.
Diana non è interessata a riprodurre i quadri dei pittori famosi. Non ama seguire modelli imposti e preferisce scegliere autonomamente i soggetti, lasciandosi guidare dal proprio gusto e dalla sensibilità personale.
Le piacciono soprattutto le donne, i volti e i colori. Non ha mai provato una particolare passione per i paesaggi, né è attratta dal ritratto di attrici o attori. A interessarla sono soprattutto le espressioni, i lineamenti e gli occhi.
«Gli occhi esprimono tutto», racconta. È nei volti che trova la soddisfazione più grande: nella possibilità di cogliere un'espressione, di restituire uno sguardo, di costruire un'immagine capace di comunicare emozioni.
«Io sono amante della bellezza, ma c'ho da imparare ancora tanto», dice. Una frase che rivela insieme umiltà e curiosità, la consapevolezza di avere una passione profonda e la volontà di continuare a crescere.
A 77 anni, Diana non considera il proprio percorso concluso. Al contrario, sente di avere ancora molto da sperimentare. La libertà ritrovata alla Rsa di via delle Chiassatelle le ha permesso di dedicarsi con maggiore continuità a ciò che ama, senza dover relegare la pittura a un'attività occasionale.

La specialità di Diana sono i quadri realizzati con la pelle. Una tecnica originale, nata quasi per caso e diventata negli anni una vera cifra stilistica. Tutto comincia durante una visita a un'amica, Francesca, in un ambiente nel quale si lavorava alla realizzazione di scarpe. Sul pavimento erano rimasti piccoli ritagli di pelle colorata, scarti di lavorazione che Diana notò immediatamente. Li raccolse e li mise in un sacchetto. Quando le venne chiesto che cosa volesse farne, rispose con naturalezza: «Ci faccio un quadro».
Tornata a casa, iniziò a cercare un'immagine che potesse ispirarla. Ne trovò una che la colpì profondamente: una donna cinese sotto un albero di pesco, intenta a raccogliere fiori. L'immagine le piacque moltissimo e decise di riprodurla utilizzando i frammenti colorati recuperati.
Il materiale, però, non era sufficiente. I pezzetti erano troppo piccoli e non bastavano a completare il lavoro. Diana ne cercò altri, li ritagliò, selezionò le tonalità e cominciò a incollarli su una base. Da quel tentativo nacque il suo primo quadro di pelle.

All'inizio utilizzava una decina di frammenti, forse undici. Oggi è arrivata a comporre opere con circa 300 pezzi e vorrebbe raggiungere quota 400 o 500. Ogni elemento deve trovare il proprio posto, contribuire alla composizione e armonizzarsi con gli altri. Non basta scegliere il colore giusto: occorre osservare l'immagine, individuare le forme e capire come i singoli ritagli possano trasformarsi in un volto, in un abito o in un dettaglio. La pelle diventa così una tavolozza insolita, fatta di consistenze, sfumature e materiali che acquistano nuova vita. Quello che per altri sarebbe soltanto uno scarto, nelle mani di Diana diventa una possibilità espressiva. Fra i lavori più impegnativi ricorda un quadro con una figura che porta un foulard al collo, realizzato con circa 300 pezzi. Per completarlo sono servite molte ore di lavoro e notti trascorse a sistemare i frammenti, uno dopo l'altro. Dietro ogni opera ci sono pazienza, concentrazione e una grande capacità di immaginare il risultato finale. Il processo creativo non si limita all'esecuzione: è una ricerca continua, nella quale Diana deve scegliere, provare, correggere e ricominciare quando un particolare non la convince.
La sua tecnica racconta anche il suo carattere: la determinazione di chi non rinuncia a un progetto e la capacità di vedere una possibilità dove altri vedrebbero soltanto materiale inutilizzato.

Per Diana, dipingere non significa soltanto realizzare un'opera da mostrare agli altri. È un'esperienza che la aiuta a concentrarsi, a ritrovare calma e a sentirsi bene. «Dipingere mi rilassa. È qualcosa di magico», racconta. «Io penso tanto, troppo, di tutto. I pensieri mi divorano. Quando dipingo sono concentrata in quello che faccio, non penso più. Mi fa stare bene».
Sono parole che spiegano con particolare chiarezza il senso del progetto realizzato alla Rsa di via delle Chiassatelle. Il ritorno alla pittura non le ha restituito soltanto un'attività piacevole: le ha offerto uno spazio nel quale sentirsi libera, esprimersi e ritrovare una dimensione personale.
È proprio da questa consapevolezza che è nato l'intervento delle operatrici. Il loro merito è stato comprendere che il benessere di Diana non poteva essere separato da ciò che per lei aveva significato fin dall'infanzia.
La pittura è diventata così uno strumento di espressione e di relazione, ma anche un'occasione per riconoscere capacità che non si erano mai esaurite.
Il progetto dimostra quanto sia importante un'assistenza che sappia andare oltre le necessità quotidiane, prestando attenzione alla storia, ai desideri e alle inclinazioni di ogni ospite. La cura non consiste soltanto nel rispondere ai bisogni, ma anche nel creare le condizioni perché una persona possa continuare a sentirsi protagonista della propria vita.
Nel caso di Diana, tutto questo ha significato tornare a scegliere i soggetti, immaginare nuove opere, lavorare ai propri quadri e condividere con gli altri il risultato della propria creatività.
Diana, artista e maestra: la passione che coinvolge gli altri ospitiLa pittura ha avuto conseguenze anche sulla vita della comunità della Rsa. Diana non si è limitata a riprendere in mano i propri materiali: ha cominciato a coinvolgere altri ospiti, trasmettendo loro il piacere di disegnare e sperimentare.
Tra le persone che hanno incrociato il suo percorso c'era Gina, un'altra ospite della struttura che non aveva mai dipinto prima. Fu Diana a proporle di provare. Gina accettò la sfida e scoprì un mondo nuovo. Da quel momento disegnava e dipingeva in ogni momento possibile, riempiendo fogli e lasciandosi trascinare dall'entusiasmo. Quando incontrava Diana, le chiedeva altri fogli sui quali lavorare. Disegnava anche sui giornali e premeva la matita con tanta forza da lasciare il segno sul tavolo sottostante. La sua dedizione racconta la forza di una passione condivisa. Il rapporto fra le due donne non si esauriva nell'apprendimento di una tecnica: era un legame costruito intorno alla scoperta, alla fiducia e alla possibilità di cimentarsi in qualcosa di nuovo. Gina non c'è più, ma il ricordo della sua esperienza rimane parte della storia artistica di Diana. La sua vicenda dimostra come una persona che ritrova fiducia nelle proprie capacità possa diventare, a sua volta, un punto di riferimento per gli altri. La creatività, in questo caso, non è rimasta un'esperienza individuale. Si è trasformata in un'occasione di incontro, di condivisione e di partecipazione, capace di creare relazioni e di aprire nuove possibilità anche per chi non aveva mai pensato di poter dipingere.
È un aspetto importante del percorso di Diana: il suo talento non è stato soltanto riconosciuto, ma ha contribuito a far nascere nuove esperienze all'interno della struttura.

L'esposizione al Chiostro dell'ex convento degli Agostiniani porta questa storia fuori dagli spazi della Rsa e la consegna alla città.
La mostra, organizzata nell'ambito di Donne al Centro e curata da Colori Società Cooperativa Sociale Onlus, invita il pubblico a conoscere Diana attraverso i suoi lavori, ma anche attraverso il significato del percorso che ha reso possibile la loro realizzazione.
Il titolo, I colori del riscatto. Il viaggio di Diana: dall’arte negata alla libertà espressiva di Donne al Centro, racchiude le diverse dimensioni della vicenda: il sogno artistico che non aveva trovato spazio da ragazza, il talento riconosciuto nella quotidianità della Rsa e la possibilità di esprimersi liberamente attraverso le proprie opere.
L'iniziativa si inserisce nel programma promosso dalla Commissione Pari Opportunità del Comune di Empoli, con l'obiettivo di dare visibilità a esperienze che raccontano il valore delle donne, delle loro capacità e delle opportunità che possono emergere quando vengono riconosciute e sostenute.
Durante l'iniziativa, la storia di Diana è stata ripercorsa anche attraverso il racconto dell'animatrice Simona, che ha partecipato al progetto insieme all'équipe della struttura. I ricordi dell'infanzia, il sogno delle Belle Arti, la scoperta dei ritagli di pelle e il ritorno alla pittura hanno restituito al pubblico il contesto umano dal quale sono nate le opere.
Nel presentare la mostra, Laura Giordani ha voluto lasciare spazio al racconto della vita di Diana, perché fossero proprio le esperienze e le parole della protagonista a permettere ai presenti di entrare nel suo mondo.
Le opere esposte diventano così il punto d'incontro fra una vicenda personale e una riflessione più ampia sul valore dell'assistenza, della creatività e della libertà espressiva.