Il cittadino tradito e preso in giro dalle Istituzioni, il caso rigassificatore di Piombino riguarda tutti
16-03-2026 17:26 - Opinioni
di Stefano Tamburini
L'ultima storia legata a Piombino è più di ogni altra un agguato alla verità, una deviazione della “narrazione tossica” verso una rappresentazione caricaturale di una comunità tradita. Detto in modo ancor più brutale siamo al cospetto di una “prepotentocrazia” che si spaccia per democrazia. Un po' come è accaduto nella distretto del Cuoio e in mezza Toscana con lo scandalo keu, quello dei fanghi tossici di fonderia smaltiti illegalmente con devastanti intrecci con la grande criminalità organizzata ed esponenti del mondo politico. O con la storia, non ancora chiusa, della Multiutility dei servizi che rischia di far ricadere sulle bollette dei cittadini o sulle addizionali comunali dell'Irpef i costi di un arricchimento agevolato dei privati che li gestiranno. E poco importa che l'acqua sia stata “ridichiarata” pubblica, perché il rischio che poi non lo sia è ancora elevato.
I FALSARI DELLA DEMOCRAZIA
Quello del rigassificatore di Piombino è invece soprattutto un caso di due governi – di diversa estrazione politica – che si inchinano al potere economico, alle lobby delle fonti fossili e degli speculatori del gas. Ma è anche molto altro. A Piombino è stata fabbricata un'emergenza falsa e su quella hanno costruito un disegno che tende prima a prendere in giro i cittadini, piazzando in violazione di ogni legge di tutela ambientale un decreto del governo di Mario Draghi per violare le leggi che già esistono. Di fatto è stato codificato un “Metodo Piombino” che può essere copiato e incollato per qualsiasi progetto giudicato di “interesse nazionale”, purché abbia un costo superiore ai 400 milioni e ci sia un governo o un presidente di Regione a sostenerlo. Facile immaginare che potrebbe essere messo in pratica per un aeroporto, per un grande impianto di trasformazione dei rifiuti, per una centrale elettrica alimentata con qualsiasi schifezza.
A Piombino sono andati avanti calpestando ogni protesta. Ma gli attori della politica, di quasi tutte le forze politiche, in gran parte hanno avuto un ruolo complessivamente negativo. La comunità si sente tradita. C'è rabbia, di quella sana. E c'è purtroppo tanta rassegnazione. Perché hanno promesso, sapendo di mentire, che un rigassificatore piazzato in un porto a poca distanza dal traffico commerciale e turistico e soprattutto delle case sarebbe rimasto lì per tre anni. Adesso un altro decreto del governo, stavolta quello di Giorgia Meloni, permette di saltare a piè pari lo stop che sarebbe stato imposto dall'autorizzazione limitata da tre anni. E anche da una sentenza del Tar che aveva respinto un ricorso del Comune di Piombino, del sindacato Usb e di Lega Ambiente precisando che quel limite era vincolante.
Niente di tutto questo, adesso – fabbricando un'altra emergenza falsa – hanno detto chiaro e tondo che quel rigassificatore non se ne andrà mai. Perché non si è trovata – ma sarebbe stato meglio dire che non si è voluta trovare – una collocazione alternativa. Quella di Vado (Savona) era così assurda da risultare impraticabile. Prima di tutto perché sarebbe servito un gasdotto di 35 chilometri, otto dei quali da realizzare in mare. E ci sarebbero voluti 28 mesi per realizzarlo. E in più si sarebbe dovuta fermare per quasi un anno la nave rigassificatrice per adeguarla alla nuova collocazione.
FRA RABBIA E RASSEGNAZIONE
Venerdì scorso (13 marzo 2026) a Piombino è andata in scena l'ennesima manifestazione organizzata dai comitati che si oppongono alla permanenza del rigassificatore a Piombino. Anche con le riserve e qualche critica da avanzare, credo sia comunque utile offrire riflessioni che vanno oltre le parole, tante – alcune buone, alcune meno – pronunciate durante l'iniziativa, alla quale ho dato volentieri il mio contributo. Credo però sia necessario anche un esame sereno delle strategie messe in atto per opporsi e far sì che lo scempio diventi eterno. Partendo ovviamente dalla buona fede, dall'assenza di interessi diretti o indiretti o secondi fini da parte delle donne e degli uomini che da anni ormai si adoperano instancabilmente dalla parte giusta della barricata. Divido per capitoli per facilitare la lettura. I sentimenti più diffusi sono quelli del pessimismo per l'esito della controversia e del fastidio provocato anche e soprattutto dai comportamenti di gran parte degli attori della politica, non solo locali. E comincio proprio dall'ultimo punto.
IL FASTIDIO E ALTRE BRUTTE SENSAZIONI
Sì, ho provato fastidio, tanto fastidio. Prima di tutto per la devastante opera di disinformazione che ha avvolto tutta la storia del rigassificatore, fin dall'inizio. Quella di Piombino è stata dipinta come un'emergenza e non lo è mai stata, neanche adesso con la Guerra del Golfo Persico. Anzi, con la guerra un rigassificatore in porto diventa ancora più pericoloso, diventa obiettivo sensibile, altro che “ci salva dalla guerra del golfo” come abbiamo dovuto leggere in una demenziale locandina fuori dalle edicole non troppi giorni prima di questa manifestazione.
E in più il gas dal Qatar non potrà più arrivare, quello dagli Usa vedrà ulteriormente aumentare il suo prezzo con devastanti ricadute sulle nostre bollette. Hanno condito queste bugie anche con la promessa di abbassare le bollette di tutti e ai piombinesi, visto che sono stati bravi, ancora di più. In tanti, troppi, hanno abboccato. Purtroppo a Piombino c'è ancora chi si eccita alla vista di qualunque cosa sia pericolosa, emetta fumi o faccia rumori molesti, perché crede che si possa lavorare solo con cose di quel genere. Peraltro non è neanche vero che quel rigassificatore ha portato lavoro: i famosi 1.500 posti promessi, anche con una fantasmagorica locandina fuori dalle edicole, ovviamente non ci sono e non ci saranno mai. Nei documenti di Snam viene certificata la creazione di 18 nuove figure sul porto ma non ci sono neanche quelle. Il rigassificatore ha ingrassato solo piloti e ormeggiatori. E soprattutto l'impresa Neri di Livorno che gestisce rimorchiatori e servizio antincendio. Per il resto i traffici portuali sono diminuiti.
C'è stata anche la devastante campagna elettorale del 2022, con tanti falsari. Più di ogni atro si è distinto Carlo Calenda (Azione). Che ancora oggi continua a sostenere che non ci sono mai stati incidenti con i rigassificatori (ovviamente è falso), dice che quando era ministro (in quota Pd) ne voleva far realizzare tre ma in realtà si oppose a quello progettato per Trieste con le stesse motivazioni che adesso vengono usate qui a Piombino. Calenda riceveva, e non so se li riceva ancora, finanziamenti elettorali da un socio di minoranza di Snam. Tutto formalmente corretto ma sul piano etico certamente no. Ma la domanda da farsi, a questi gliene frega ancora qualcosa dell'etica? Cosa gliene frega a quelli come Matteo Renzi e Maria Elena Boschi (Italia Viva) che hanno riempito i salotti televisivi al grido di «senza quel rigassificatore batteremo i denti dal freddo», ben sapendo che stavano spargendo falsità. E cosa gliene poteva fregare a tutti gli esponenti dei partiti di centrodestra che si presentavano a Piombino dicendo che se avessero vinto loro il rigassificatore non sarebbe mai arrivato. Alcuni di loro erano in netto contrasto con esponenti nazionali degli stessi partiti, come il futuro presidente del Senato, Ignazio La Russa (Fratelli d'Italia), che in televisione tuonava minaccioso: «No, no. Il rigassificatore serve. Con il sindaco di Piombino ci parlo io, ci penso io!».
Poi c'è stato il ruolo del presidente della Regione, Eugenio Giani (Pd), soprattutto quando è stato nominato commissario straordinario dal governo Mario Draghi e mantenuto nel ruolo da quello di Giorgia Meloni, un arbitro che invece di esaminare le documentazioni di chi si opponeva ha giocato con la maglietta di chi doveva installare quell'impianto. Ha recitato la parte del poliziotto buono che teneva la parte al cospetto di quello cattivo per fare una parziale buona figura con la concessione del porto di Piombino “solo” per tre anni invece dei 27 richiesti. Cosa che, come si è visto, non poteva reggere perché anche una difficile ricollocazione avrebbe comunque comportato il “fermo nave” per quasi un anno per poterla riadattare all'utilizzo per la rigassificazione in mare aperto e non in banchina. Adesso Giani ha gioco facile a dire “se non ci sono compensazioni io non firmo”. Lo farà comunque qualcuno al posto suo. Gli va dato atto che almeno adesso fa quel che dovrebbe fare. Sì, è il minimo sindacale e forse è anche facile, ma almeno va riconosciuto.
Nel frattempo è stato rieletto, sostenuto da una coalizione che comprende anche due partiti che lo avevano osteggiato allora come Sinistra Italiana-Verdi e Movimento Cinque Stelle. Questi ultimi hanno ottenuto anche l'assessorato all'Ambiente ma il suo titolare, David Barontini, si è segnalato per la sua totale insipienza. Ci sarebbe stata, da parte sua, anche la possibilità di un atto preventivo rispetto a quello che il governo ha appena varato per prolungare la “vita” del rigassificatore. Non solo non l'ha fatto ma non si è mai fatto neanche sentire. Semplicemente non meno vergognoso di chi lo ha preceduto.
IL METODO PIOMBINO: OCCHIO VALE PER TUTTI
Il decreto varato dal governo Draghi nel 2022 per permettere la scorciatoia del rigassificatore a Piombino è stato concepito con un disegno più ampio. Da quel giorno quel decreto può essere utilizzato dal governo o da un presidente di Regione per far passare sopra le teste dei cittadini qualsiasi progetto legato a un'emergenza nazionale. Che può essere palesemente falsa, come si è poi rivelata quella di Piombino. Il governo successivo, guidato da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio espressione di uno dei pochi partiti che non sosteneva l'esecutivo Draghi, non solo non ha cancellato quel decreto ma di recente ne ha proposto un altro altrettanto criminale e infame. Perché è falso anche il presupposto che il rigassificatore di Piombino non possa essere fermato in attesa di tutte le verifiche ambientali e di sicurezza siano completate. Ma visto che quelle verifiche non offrirebbero alcuna possibilità di conservare il rigassificatore nel porto di Piombino si è fatta un'altra legge che serve a violare legalmente le leggi già esistenti. Si fanno forza anche del fatto che Snam e Eni hanno sottoscritto contratti a lunga scadenza legati agli slot del rigassificatore di Piombino, alcuni anche per 24 anni. Semmai a essere fuori legge dovrebbero essere quelli che hanno firmato accordi per scadenze superiori a quelle dei tre anni. Evidentemente sapevano già che potevano farlo perché di fatto comandano loro.
IL SINDACO, PRIMA BENE E POI MALE
Quando si parla di Francesco Ferrari e del suo ruolo nella vicenda del rigassificatore bisognerebbe avere l'onestà intellettuale di riconoscergli un ruolo più che positivo nella gestione della prima fase di questa brutta vicenda. Venerdì quasi tutti quelli che lo hanno criticato, anche giustamente, per quello che ha fatto – e soprattutto non ha fatto – nell'ultima fase di questa vicenda, hanno omesso di andare indietro nel tempo. E non gli hanno riconosciuto i meriti che ha avuto. Avrebbero dovuto rimarcare un fatto certo: se al posto di Ferrari ci fosse stato un sindaco del Pd di rigassificatori in porto ne avremmo avuti non uno ma almeno due. Sì, va detto con chiarezza visto che l'inizio del percorso è maturato in pieno delirio del principale partito del centrosinistra a favore dell'“agenda Draghi”. Un delirio che – sotto la guida del segretario Enrico Letta – ha portato al suicidio elettorale alle elezioni politiche del 2022. E va ricordato che quando in piazza ai cortei anti-rigassificatore c'erano le bandiere di quasi tutti i partiti e di quasi tutti i sindacati, quelle che mancavano erano proprio quelle del Pd e dei sindacati “tradizionali” Cgil, Cisl e Uil. Poi, certo, c'erano anche le bandiere di partiti che a Piombino sostenevano una cosa e a Roma un'altra. Ma almeno questo va detto.
Il sindaco non aveva sbagliato quando, prima di presentare il ricorso al Tar contro la forzatura della procedura affidata a un commissario saltando a piè pari qualsiasi garanzia di sicurezza e di salute pubblica, si era preso qualche settimana di tempo per valutare l'opportunità di richiedere anche la sospensiva. Poi, dopo un'attenta valutazione del caso con i legali, fu scelta anche questa strada. Nelle more delle riflessioni da una parte degli esponenti dei comitati erano partiti veri e propri missili verbali. Nessuno per quelle offese gratuite si è mai scusato.
Poi il sindaco ha cominciato a sbagliare quando, dopo la sentenza negativa del Tar, ha cominciato a ragionare da avvocato e non più da primo cittadino. E non ha fatto presentare il ricorso al Consiglio di Stato in cambio del “condono” del pagamento delle spese legali. Oggi la presenza sullo scenario di un atto di contrasto avrebbe permesso qualche azione negoziale in più. Ma soprattutto non avrebbe rappresentato un'immagine di resa preventiva che oggettiva il Comune di Piombino da un certo punto in poi ha dato. Ferrari sbaglia anche a presentare l'ultimo provvedimento del governo amico, quello della proroga concessa a Snam come un “atto tecnico”. Lui stesso sa che non lo è o non è solo quello, perché poi a domanda precisa deve ammettere che è altissimo il rischio che – grazie anche a quell'atto – il rigassificatore resti qui a lungo.
Ferrari sbaglia anche nell'atteggiamento che ha adesso nei confronti della protesta. Comprendo la sua amarezza ma negli ultimi mesi i comitati – e più in generale i cittadini che protestano – lui li ha guardati con sufficienza, con sopportazione. Gli organizzatori della manifestazione stavano per fare un autogol devastante, quando gli hanno negato la possibilità di parlare di fronte a una precisa richiesta presentata in modo molto pacato. Poi, per fortuna, dopo qualche opportuna pressione interna sono stati portati su più miti consigli. Nel frattempo, però, non mi è piaciuto neanche l'atteggiamento di un membro dell'entourage del sindaco che si è parato di fronte a una delle donne che gestiva l'iniziativa gridandole di tutto e di più in faccia. Anche da distanza si notavano le vene gonfie del collo e la rabbia traspariva anche non potendo percepire le parole esatte che sono state pronunciate. Di sicuro non erano gentilezze.
Poi, quando ha preso il microfono, il sindaco ha sbagliato nei toni e nell'essenza dell'intervento. Partire da «sono stato eletto due volte» è qualcosa che non si dovrebbe mai dire. L'elezione non è un'investitura regale, va messa alla prova giorno dopo giorno nei fatti. E l'intervento in sé è stato una gigantesca arrampicata sugli specchi. Non fossi stato testimone diretto dell'opera del sindaco Ferrari nella prima fase, avrei stentato a credere che Francesco e Ferrari siano la stessa persona. E infine ha sbagliato a lasciare la manifestazione senza ascoltare la conclusione. Maleducazione istituzionale pura. Detto questo, io non sono fra quelli che chiedono a Ferrari di dimettersi, prima di tutto perché non avrebbe alcun effetto pratico nella battaglia contro il rigassificatore. E, soprattutto, perché porterebbe al commissariamento e a una tornata elettorale anticipata con l'alto rischio di una contesa tra due fronti che non hanno maturato alcuna candidatura credibile al loro interno.
LA PROTESTA PARZIALMENTE SBAGLIATA
C'è poi un altro problema, che sollevo con moderazione ma con fermezza, fin dall'inizio della lodevole stagione della protesta. Quello della percezione che si ha della stessa lontano da qui. Lo slogan che animava i cortei “Piombino è nostra e non si tocca” non era che un autogol, utile per alimentare l'idea che fosse una battaglia solo di cortile. Per carità, giusto sottolineare i rischi aggiuntivi della collocazione di un rigassificatore dentro un porto piccolo e vicino alle abitazioni. Rischi che adesso, con lo scenario di guerra che è sempre più radicato, sono ancora più elevati. Ma la vera battaglia da fare sarebbe stata quella del “no” ai rigassificatori in quanto tali. Perché se alla mancanza di gas si risponde cercando altro gas altrove, questo vuol dire cambiare solo spacciatore di droga ma sempre di droga si tratta. Non finisce la tossicodipendenza da un veleno che non fa bene all'ambiente e neanche alle nostre bollette.
Altri Paesi, come la Spagna e il Portogallo, sono riusciti a sviluppare la fonti energetiche rinnovabili fino al punto da renderle preponderanti, quasi esaustive delle richiesta. Da noi invece, nel governo di Mario Draghi c'era un ministro della sedicente “Transizione ecologica”, che rispondeva e risponde al nome di Roberto Cingolani, che ha fatto esattamente il contrario di quello che avrebbe dovuto fare. Ha ostacolato la transizione rallentando in modo scientifico le autorizzazioni ai nuovi impianti solari, eolici e geotermici e anche allo sviluppo della rete di distribuzione dell'energia in modo da renderla veramente “bidirezionale” e favorire lo scambio fra singoli produttori domestici e comunità energetiche. Cingolani non era lì per volontà dei cosiddetti Poteri forti, anche se poi è diventato organico di quel Sistema. La sua nomina era stata caldeggiata, se non quasi imposta, dall'allora “lider maximo” del Movimento Cinque Stelle, Beppe Grillo. Per fortuna dei Cinque Stelle e anche del centrosinistra, adesso Grillo e molti fra i suoi più sciagurati accoliti sono fuori da ogni gioco. Ma allora contavano al motto di “uno vale uno” e la risposta non poteva che essere “sì, ma allora è sempre meglio qualcun altro”. Le disgrazie dei ministri Alfonso Bonafede, Lucia Azzolina e Danilo Toninelli ormai tendiamo a dimenticarle ma sono purtroppo drammaticamente esistite.
Ma tornando a Cingolani, oltre a ostacolare quel che avrebbe dovuto favorire, poi si è messo al servizio del vero ministro dell'Economia e degli Esteri di questo Paese, Claudio De Scalzi, amministratore delegato dell'Eni. Uno che comanda in tutti i governi, anche in quello guidato da Giorgia Meloni. Governo che all'inizio ha messo proprio Cingolani come consulente al fianco del nuovo ministro dell'Ambiente, Giberto Pichetto Fratin, detto “Pochetto” perché non sa niente di ciò che si dovrebbe occupare. E prima di fare qualsiasi cosa chiede sempre a De Scalzi. Così, per non rischiare di sbagliare. Per Cingolani, poi – violando una legge che impone l'embargo di un anno ai ministri uscenti – c'è stata la nomina ad amministratore delegato di Leonardo, la grande azienda italiana che si occupa di fabbricare armamenti. E fare tanti soldi destinati agli azionisti.
Il governo Meloni si è poi preso il merito di sottoscrivere un demenziale accordo con Emirati Arabi e Albania per realizzare impianti di produzione di energia solare al di là dell'Adriatico per poi portare questa energia in Italia con un “cavidotto”. Il tutto per ingrassare ancora una volta quelli che attualmente si ingrassano con le fonti fossili. Ma torniamo al rigassificatore di Piombino. Che non fosse un impianto da collocare rapidamente, saltando ogni legge di tutela della sicurezza e dell'ambiente, lo certificano le cifre fornite dalla stessa Snam che lo gestisce. Nel primo anno di esercizio tutto il gas scaricato a Piombino è stato venduto all'estero, quello del 2025 per metà. E se il rigassificatore di Piombino non ci fosse il Paese non sarebbe mai andato in emergenza, perché anche senza quei cinque miliardi di metri cubi (che in realtà sono un po' meno) le nostre riserve sarebbero state comunque vicine al 50 per cento dei “serbatoi” anche a fine inverno. Quella sarebbe la battaglia principale da fare, senza disconoscere il “di più” rappresentato dalla specificità del caso Piombino. Purtroppo non si è capito. Né allora né oggi.
NIMBY? SEMMAI QUI SI SONO DETTI TROPPI SÌ
In questo modo è stato facile – soprattutto durante la campagna elettorale del 2022 – etichettare i piombinesi come “Nimby” (acronimo di “Not in my back yard”, non nel mio giardino) grazie a una classe politica in malafede o impreparata. E anche grazie a una narrazione tossica (giornalismo) che ormai non verifica più niente, non va a vedere, si accontenta delle veline e di reggere il microfono al potente di turno senza mai fare le domande vere. Oppure, quando va a vedere, ci va con un preconcetto e lì si ferma. Piombino ha dato fin troppo, ha accettato ogni nefandezza. Senza mai avere niente in cambio, se non un quadro devastante di malattie e morti più che sospette. In troppi hanno scordato lo sciagurato piano (bipartisan, partorito da un sindaco di centrosinistra e sostenuto da un ministro dell'Ambiente di centrodestra) per portare qui i fanghi delle bonifiche di Bagnoli. Oppure la campagna per il raddoppio della centrale Enel di Tor del Sale. Con l'onnipresente piano di baratti, contropartite o memorandum: qualcosa in cambio per sopportare i disagi. Ma quel “qualcosa” erano diritti spacciati per concessioni.
Insomma, una classe politica che negli ultimi trent'anni (quelli che c'erano prima e quelli che ci sono oggi e non sanno fare altro che puntare il dito su quelli che c'erano prima) ha saputo solo andare con il cappello in mano a chiedere per favore senza chiedere mai le reali garanzie che servirebbero.
Prendete il caso dell'autodefinita acciaieria green (cioè “pulita”) di Metinvest-Adria. A nessuno è venuto in mente di chiedere conto, ai “nuovi padroni”, del comportamento tenuto a Nogaro del Friuli, luogo inizialmente scelto per quell'insediamento. Lì, questi “nuovi padroni” sono stati respinti dalla Regione Friuli-Venezia Giulia anche grazie a un ricorso al Tar presentato da comitati molto simili a quelli che si oppongono al rigassificatore di Piombino. Le motivazioni erano relative proprio alle ricadute sul piano ambientale. Bene, questi “nuovi padroni” hanno chiesto al Tar di avere nomi e cognomi di quei firmatari per poterli citare in giudizio per una richiesta danni. Il Tar ha dato il via libera e per fortuna il Consiglio di Stato ha ribaltato il pronunciamento su quella sentenza e quei nomi non sono accessibili ai “padroni”.
Come si vede, ogni tanto andare fino al Consiglio di Stato serve, e come se serve. Ora, anche ammettendo che il progetto di Piombino possa essere realmente “green”, non sono state fatte due cose: la prima, chiedere che a garantire sulla sicurezza e sulla “pulizia” dell'impianto debba essere un ente terzo; la seconda, la più importante, far sottoscrivere un impegno a non ripetere azioni ritorsive come quelle di Nogaro nel caso in cui qualsiasi cittadino si fosse fatto venire lo scrupolo di chiedere conto davanti a un tribunale. Non lo ha fatto il sindaco, non lo ha fatto il presidente della Regione e – cosa ancor più grave – non lo hanno fatto neppure le organizzazioni sindacali.
Sì, va detto chiaro e tondo, ha ragione chi durante la manifestazione di venerdì 13 marzo 2026 ha esposto il cartello “Piombino è stata venduta”. Ma va detto che era un cartello incompleto: Piombino è stata venduta. Ma non da oggi.
LE TROPPE QUESTIONI “IN PIÙ” CHE NON AVREBBERO DOVUTO ESSERCI
Poi una cosa sulla manifestazione. Era un dibattito, una conferenza, sarebbe stato meglio realizzarla in un luogo chiuso, dove ad esempio Giovanni Tonini, ex ufficiale della Marina, avrebbe potuto “condire” la sua esposizione con filmati e documenti a supporto di uno studio che certifica l'estrema vulnerabilità a un attacco terroristico o a quello di forze armate regolari, come ad esempio quelle iraniane che potrebbero presto puntare i loro missili su obiettivi sensibili di Paesi come il nostro pesantemente legati con la coalizione dei prepotenti, quella formata da Usa e Israele. Poi, cosa ancora più importante, queste iniziative devono avere come obiettivo quello di unire, di far crescere i consensi intorno alla causa, circoscrivendo gli argomenti da trattare. Che senso ha inserire rivendicazioni veterosiderurgiche intrise di nostalgia dove ci manca solo che qualcuno dica “prendilo, è di Magona” oppure “dove c'è fumo c'è pane”? Oppure fare propaganda per il No (o per il Sì) all'imminente referendum sulla magistratura? O, ancora, come in passato, piazzare nella contesa addirittura rivendicazioni no-vax?
ALTRI ERRORI IN ORDINE SPARSO
Inoltre, una riflessione va fatta anche sui lodevoli tentativi di far conoscere il pensiero dei comitati quando si tratta di finire nelle trappole di collegamenti esterni per affacciarsi in collegamento da remoto in studi televisivi dove ci sono veri e propri plotoni di esecuzione fatti di sedicenti esperti, quasi sempre prezzolati (ad esempio Davide Tabarelli, presentato come esperto di questioni energetiche ma a libro paga anche di governo e società legate alle fonti fossili). A quelle “trappole” non si dovrebbe più prestare il fianco. Così come non si sarebbe mai dovuto offrire una sponda con la presenza, a iniziative organizzate in Liguria (Vado, Savona) con tanto di cartelli “Il rigassificatore deve restare a Piombino”.
I GIOVANI CHE NON CI SONO
Infine il capitolo “nuove generazioni”. Tre anni fa, nei vari cortei organizzati per dire no all'arrivo del rigassificatore, era abbastanza considerevole la presenza dei giovani. Adesso no, l'età media dei partecipanti si è notevolmente alzata. Sì, vero, questa è una comunità che invecchia, che si riduce anno dopo anno fino a essere tornata a un numero di residenti uguale a quello del primo dopoguerra (1951). Ma se l'indifferenza sta diventando il primo problema, quella giovanile è una questione da non considerare come ineluttabile. E non è aspetto da mettere in coda alle priorità. Detto tutto questo, non posso che rinnovare la mia gratitudine a chi impiega il proprio tempo (senza alcun tornaconto, anzi semmai c'è da rimetterci qualcosa) per questa causa. Il pessimismo e il fastidio però, purtroppo, restano. E posso anche dire di aver previsto tutto questo nel mio libro “L'Italia dei Favori”, che è uscito a ottobre del 2025. E di aver dato il mio contributo a una pregevole videoinchiesta realizzata nel 2022 da Max Civili dal titolo “Il metodo Piombino”. Mi sarebbe tanto piaciuto poter dire il contrario.
L'ultima storia legata a Piombino è più di ogni altra un agguato alla verità, una deviazione della “narrazione tossica” verso una rappresentazione caricaturale di una comunità tradita. Detto in modo ancor più brutale siamo al cospetto di una “prepotentocrazia” che si spaccia per democrazia. Un po' come è accaduto nella distretto del Cuoio e in mezza Toscana con lo scandalo keu, quello dei fanghi tossici di fonderia smaltiti illegalmente con devastanti intrecci con la grande criminalità organizzata ed esponenti del mondo politico. O con la storia, non ancora chiusa, della Multiutility dei servizi che rischia di far ricadere sulle bollette dei cittadini o sulle addizionali comunali dell'Irpef i costi di un arricchimento agevolato dei privati che li gestiranno. E poco importa che l'acqua sia stata “ridichiarata” pubblica, perché il rischio che poi non lo sia è ancora elevato.
I FALSARI DELLA DEMOCRAZIA
Quello del rigassificatore di Piombino è invece soprattutto un caso di due governi – di diversa estrazione politica – che si inchinano al potere economico, alle lobby delle fonti fossili e degli speculatori del gas. Ma è anche molto altro. A Piombino è stata fabbricata un'emergenza falsa e su quella hanno costruito un disegno che tende prima a prendere in giro i cittadini, piazzando in violazione di ogni legge di tutela ambientale un decreto del governo di Mario Draghi per violare le leggi che già esistono. Di fatto è stato codificato un “Metodo Piombino” che può essere copiato e incollato per qualsiasi progetto giudicato di “interesse nazionale”, purché abbia un costo superiore ai 400 milioni e ci sia un governo o un presidente di Regione a sostenerlo. Facile immaginare che potrebbe essere messo in pratica per un aeroporto, per un grande impianto di trasformazione dei rifiuti, per una centrale elettrica alimentata con qualsiasi schifezza.
A Piombino sono andati avanti calpestando ogni protesta. Ma gli attori della politica, di quasi tutte le forze politiche, in gran parte hanno avuto un ruolo complessivamente negativo. La comunità si sente tradita. C'è rabbia, di quella sana. E c'è purtroppo tanta rassegnazione. Perché hanno promesso, sapendo di mentire, che un rigassificatore piazzato in un porto a poca distanza dal traffico commerciale e turistico e soprattutto delle case sarebbe rimasto lì per tre anni. Adesso un altro decreto del governo, stavolta quello di Giorgia Meloni, permette di saltare a piè pari lo stop che sarebbe stato imposto dall'autorizzazione limitata da tre anni. E anche da una sentenza del Tar che aveva respinto un ricorso del Comune di Piombino, del sindacato Usb e di Lega Ambiente precisando che quel limite era vincolante.
Niente di tutto questo, adesso – fabbricando un'altra emergenza falsa – hanno detto chiaro e tondo che quel rigassificatore non se ne andrà mai. Perché non si è trovata – ma sarebbe stato meglio dire che non si è voluta trovare – una collocazione alternativa. Quella di Vado (Savona) era così assurda da risultare impraticabile. Prima di tutto perché sarebbe servito un gasdotto di 35 chilometri, otto dei quali da realizzare in mare. E ci sarebbero voluti 28 mesi per realizzarlo. E in più si sarebbe dovuta fermare per quasi un anno la nave rigassificatrice per adeguarla alla nuova collocazione.
FRA RABBIA E RASSEGNAZIONE
Venerdì scorso (13 marzo 2026) a Piombino è andata in scena l'ennesima manifestazione organizzata dai comitati che si oppongono alla permanenza del rigassificatore a Piombino. Anche con le riserve e qualche critica da avanzare, credo sia comunque utile offrire riflessioni che vanno oltre le parole, tante – alcune buone, alcune meno – pronunciate durante l'iniziativa, alla quale ho dato volentieri il mio contributo. Credo però sia necessario anche un esame sereno delle strategie messe in atto per opporsi e far sì che lo scempio diventi eterno. Partendo ovviamente dalla buona fede, dall'assenza di interessi diretti o indiretti o secondi fini da parte delle donne e degli uomini che da anni ormai si adoperano instancabilmente dalla parte giusta della barricata. Divido per capitoli per facilitare la lettura. I sentimenti più diffusi sono quelli del pessimismo per l'esito della controversia e del fastidio provocato anche e soprattutto dai comportamenti di gran parte degli attori della politica, non solo locali. E comincio proprio dall'ultimo punto.
IL FASTIDIO E ALTRE BRUTTE SENSAZIONI
Sì, ho provato fastidio, tanto fastidio. Prima di tutto per la devastante opera di disinformazione che ha avvolto tutta la storia del rigassificatore, fin dall'inizio. Quella di Piombino è stata dipinta come un'emergenza e non lo è mai stata, neanche adesso con la Guerra del Golfo Persico. Anzi, con la guerra un rigassificatore in porto diventa ancora più pericoloso, diventa obiettivo sensibile, altro che “ci salva dalla guerra del golfo” come abbiamo dovuto leggere in una demenziale locandina fuori dalle edicole non troppi giorni prima di questa manifestazione.
E in più il gas dal Qatar non potrà più arrivare, quello dagli Usa vedrà ulteriormente aumentare il suo prezzo con devastanti ricadute sulle nostre bollette. Hanno condito queste bugie anche con la promessa di abbassare le bollette di tutti e ai piombinesi, visto che sono stati bravi, ancora di più. In tanti, troppi, hanno abboccato. Purtroppo a Piombino c'è ancora chi si eccita alla vista di qualunque cosa sia pericolosa, emetta fumi o faccia rumori molesti, perché crede che si possa lavorare solo con cose di quel genere. Peraltro non è neanche vero che quel rigassificatore ha portato lavoro: i famosi 1.500 posti promessi, anche con una fantasmagorica locandina fuori dalle edicole, ovviamente non ci sono e non ci saranno mai. Nei documenti di Snam viene certificata la creazione di 18 nuove figure sul porto ma non ci sono neanche quelle. Il rigassificatore ha ingrassato solo piloti e ormeggiatori. E soprattutto l'impresa Neri di Livorno che gestisce rimorchiatori e servizio antincendio. Per il resto i traffici portuali sono diminuiti.
C'è stata anche la devastante campagna elettorale del 2022, con tanti falsari. Più di ogni atro si è distinto Carlo Calenda (Azione). Che ancora oggi continua a sostenere che non ci sono mai stati incidenti con i rigassificatori (ovviamente è falso), dice che quando era ministro (in quota Pd) ne voleva far realizzare tre ma in realtà si oppose a quello progettato per Trieste con le stesse motivazioni che adesso vengono usate qui a Piombino. Calenda riceveva, e non so se li riceva ancora, finanziamenti elettorali da un socio di minoranza di Snam. Tutto formalmente corretto ma sul piano etico certamente no. Ma la domanda da farsi, a questi gliene frega ancora qualcosa dell'etica? Cosa gliene frega a quelli come Matteo Renzi e Maria Elena Boschi (Italia Viva) che hanno riempito i salotti televisivi al grido di «senza quel rigassificatore batteremo i denti dal freddo», ben sapendo che stavano spargendo falsità. E cosa gliene poteva fregare a tutti gli esponenti dei partiti di centrodestra che si presentavano a Piombino dicendo che se avessero vinto loro il rigassificatore non sarebbe mai arrivato. Alcuni di loro erano in netto contrasto con esponenti nazionali degli stessi partiti, come il futuro presidente del Senato, Ignazio La Russa (Fratelli d'Italia), che in televisione tuonava minaccioso: «No, no. Il rigassificatore serve. Con il sindaco di Piombino ci parlo io, ci penso io!».
Poi c'è stato il ruolo del presidente della Regione, Eugenio Giani (Pd), soprattutto quando è stato nominato commissario straordinario dal governo Mario Draghi e mantenuto nel ruolo da quello di Giorgia Meloni, un arbitro che invece di esaminare le documentazioni di chi si opponeva ha giocato con la maglietta di chi doveva installare quell'impianto. Ha recitato la parte del poliziotto buono che teneva la parte al cospetto di quello cattivo per fare una parziale buona figura con la concessione del porto di Piombino “solo” per tre anni invece dei 27 richiesti. Cosa che, come si è visto, non poteva reggere perché anche una difficile ricollocazione avrebbe comunque comportato il “fermo nave” per quasi un anno per poterla riadattare all'utilizzo per la rigassificazione in mare aperto e non in banchina. Adesso Giani ha gioco facile a dire “se non ci sono compensazioni io non firmo”. Lo farà comunque qualcuno al posto suo. Gli va dato atto che almeno adesso fa quel che dovrebbe fare. Sì, è il minimo sindacale e forse è anche facile, ma almeno va riconosciuto.
Nel frattempo è stato rieletto, sostenuto da una coalizione che comprende anche due partiti che lo avevano osteggiato allora come Sinistra Italiana-Verdi e Movimento Cinque Stelle. Questi ultimi hanno ottenuto anche l'assessorato all'Ambiente ma il suo titolare, David Barontini, si è segnalato per la sua totale insipienza. Ci sarebbe stata, da parte sua, anche la possibilità di un atto preventivo rispetto a quello che il governo ha appena varato per prolungare la “vita” del rigassificatore. Non solo non l'ha fatto ma non si è mai fatto neanche sentire. Semplicemente non meno vergognoso di chi lo ha preceduto.
IL METODO PIOMBINO: OCCHIO VALE PER TUTTI
Il decreto varato dal governo Draghi nel 2022 per permettere la scorciatoia del rigassificatore a Piombino è stato concepito con un disegno più ampio. Da quel giorno quel decreto può essere utilizzato dal governo o da un presidente di Regione per far passare sopra le teste dei cittadini qualsiasi progetto legato a un'emergenza nazionale. Che può essere palesemente falsa, come si è poi rivelata quella di Piombino. Il governo successivo, guidato da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio espressione di uno dei pochi partiti che non sosteneva l'esecutivo Draghi, non solo non ha cancellato quel decreto ma di recente ne ha proposto un altro altrettanto criminale e infame. Perché è falso anche il presupposto che il rigassificatore di Piombino non possa essere fermato in attesa di tutte le verifiche ambientali e di sicurezza siano completate. Ma visto che quelle verifiche non offrirebbero alcuna possibilità di conservare il rigassificatore nel porto di Piombino si è fatta un'altra legge che serve a violare legalmente le leggi già esistenti. Si fanno forza anche del fatto che Snam e Eni hanno sottoscritto contratti a lunga scadenza legati agli slot del rigassificatore di Piombino, alcuni anche per 24 anni. Semmai a essere fuori legge dovrebbero essere quelli che hanno firmato accordi per scadenze superiori a quelle dei tre anni. Evidentemente sapevano già che potevano farlo perché di fatto comandano loro.
IL SINDACO, PRIMA BENE E POI MALE
Quando si parla di Francesco Ferrari e del suo ruolo nella vicenda del rigassificatore bisognerebbe avere l'onestà intellettuale di riconoscergli un ruolo più che positivo nella gestione della prima fase di questa brutta vicenda. Venerdì quasi tutti quelli che lo hanno criticato, anche giustamente, per quello che ha fatto – e soprattutto non ha fatto – nell'ultima fase di questa vicenda, hanno omesso di andare indietro nel tempo. E non gli hanno riconosciuto i meriti che ha avuto. Avrebbero dovuto rimarcare un fatto certo: se al posto di Ferrari ci fosse stato un sindaco del Pd di rigassificatori in porto ne avremmo avuti non uno ma almeno due. Sì, va detto con chiarezza visto che l'inizio del percorso è maturato in pieno delirio del principale partito del centrosinistra a favore dell'“agenda Draghi”. Un delirio che – sotto la guida del segretario Enrico Letta – ha portato al suicidio elettorale alle elezioni politiche del 2022. E va ricordato che quando in piazza ai cortei anti-rigassificatore c'erano le bandiere di quasi tutti i partiti e di quasi tutti i sindacati, quelle che mancavano erano proprio quelle del Pd e dei sindacati “tradizionali” Cgil, Cisl e Uil. Poi, certo, c'erano anche le bandiere di partiti che a Piombino sostenevano una cosa e a Roma un'altra. Ma almeno questo va detto.
Il sindaco non aveva sbagliato quando, prima di presentare il ricorso al Tar contro la forzatura della procedura affidata a un commissario saltando a piè pari qualsiasi garanzia di sicurezza e di salute pubblica, si era preso qualche settimana di tempo per valutare l'opportunità di richiedere anche la sospensiva. Poi, dopo un'attenta valutazione del caso con i legali, fu scelta anche questa strada. Nelle more delle riflessioni da una parte degli esponenti dei comitati erano partiti veri e propri missili verbali. Nessuno per quelle offese gratuite si è mai scusato.
Poi il sindaco ha cominciato a sbagliare quando, dopo la sentenza negativa del Tar, ha cominciato a ragionare da avvocato e non più da primo cittadino. E non ha fatto presentare il ricorso al Consiglio di Stato in cambio del “condono” del pagamento delle spese legali. Oggi la presenza sullo scenario di un atto di contrasto avrebbe permesso qualche azione negoziale in più. Ma soprattutto non avrebbe rappresentato un'immagine di resa preventiva che oggettiva il Comune di Piombino da un certo punto in poi ha dato. Ferrari sbaglia anche a presentare l'ultimo provvedimento del governo amico, quello della proroga concessa a Snam come un “atto tecnico”. Lui stesso sa che non lo è o non è solo quello, perché poi a domanda precisa deve ammettere che è altissimo il rischio che – grazie anche a quell'atto – il rigassificatore resti qui a lungo.
Ferrari sbaglia anche nell'atteggiamento che ha adesso nei confronti della protesta. Comprendo la sua amarezza ma negli ultimi mesi i comitati – e più in generale i cittadini che protestano – lui li ha guardati con sufficienza, con sopportazione. Gli organizzatori della manifestazione stavano per fare un autogol devastante, quando gli hanno negato la possibilità di parlare di fronte a una precisa richiesta presentata in modo molto pacato. Poi, per fortuna, dopo qualche opportuna pressione interna sono stati portati su più miti consigli. Nel frattempo, però, non mi è piaciuto neanche l'atteggiamento di un membro dell'entourage del sindaco che si è parato di fronte a una delle donne che gestiva l'iniziativa gridandole di tutto e di più in faccia. Anche da distanza si notavano le vene gonfie del collo e la rabbia traspariva anche non potendo percepire le parole esatte che sono state pronunciate. Di sicuro non erano gentilezze.
Poi, quando ha preso il microfono, il sindaco ha sbagliato nei toni e nell'essenza dell'intervento. Partire da «sono stato eletto due volte» è qualcosa che non si dovrebbe mai dire. L'elezione non è un'investitura regale, va messa alla prova giorno dopo giorno nei fatti. E l'intervento in sé è stato una gigantesca arrampicata sugli specchi. Non fossi stato testimone diretto dell'opera del sindaco Ferrari nella prima fase, avrei stentato a credere che Francesco e Ferrari siano la stessa persona. E infine ha sbagliato a lasciare la manifestazione senza ascoltare la conclusione. Maleducazione istituzionale pura. Detto questo, io non sono fra quelli che chiedono a Ferrari di dimettersi, prima di tutto perché non avrebbe alcun effetto pratico nella battaglia contro il rigassificatore. E, soprattutto, perché porterebbe al commissariamento e a una tornata elettorale anticipata con l'alto rischio di una contesa tra due fronti che non hanno maturato alcuna candidatura credibile al loro interno.
LA PROTESTA PARZIALMENTE SBAGLIATA
C'è poi un altro problema, che sollevo con moderazione ma con fermezza, fin dall'inizio della lodevole stagione della protesta. Quello della percezione che si ha della stessa lontano da qui. Lo slogan che animava i cortei “Piombino è nostra e non si tocca” non era che un autogol, utile per alimentare l'idea che fosse una battaglia solo di cortile. Per carità, giusto sottolineare i rischi aggiuntivi della collocazione di un rigassificatore dentro un porto piccolo e vicino alle abitazioni. Rischi che adesso, con lo scenario di guerra che è sempre più radicato, sono ancora più elevati. Ma la vera battaglia da fare sarebbe stata quella del “no” ai rigassificatori in quanto tali. Perché se alla mancanza di gas si risponde cercando altro gas altrove, questo vuol dire cambiare solo spacciatore di droga ma sempre di droga si tratta. Non finisce la tossicodipendenza da un veleno che non fa bene all'ambiente e neanche alle nostre bollette.
Altri Paesi, come la Spagna e il Portogallo, sono riusciti a sviluppare la fonti energetiche rinnovabili fino al punto da renderle preponderanti, quasi esaustive delle richiesta. Da noi invece, nel governo di Mario Draghi c'era un ministro della sedicente “Transizione ecologica”, che rispondeva e risponde al nome di Roberto Cingolani, che ha fatto esattamente il contrario di quello che avrebbe dovuto fare. Ha ostacolato la transizione rallentando in modo scientifico le autorizzazioni ai nuovi impianti solari, eolici e geotermici e anche allo sviluppo della rete di distribuzione dell'energia in modo da renderla veramente “bidirezionale” e favorire lo scambio fra singoli produttori domestici e comunità energetiche. Cingolani non era lì per volontà dei cosiddetti Poteri forti, anche se poi è diventato organico di quel Sistema. La sua nomina era stata caldeggiata, se non quasi imposta, dall'allora “lider maximo” del Movimento Cinque Stelle, Beppe Grillo. Per fortuna dei Cinque Stelle e anche del centrosinistra, adesso Grillo e molti fra i suoi più sciagurati accoliti sono fuori da ogni gioco. Ma allora contavano al motto di “uno vale uno” e la risposta non poteva che essere “sì, ma allora è sempre meglio qualcun altro”. Le disgrazie dei ministri Alfonso Bonafede, Lucia Azzolina e Danilo Toninelli ormai tendiamo a dimenticarle ma sono purtroppo drammaticamente esistite.
Ma tornando a Cingolani, oltre a ostacolare quel che avrebbe dovuto favorire, poi si è messo al servizio del vero ministro dell'Economia e degli Esteri di questo Paese, Claudio De Scalzi, amministratore delegato dell'Eni. Uno che comanda in tutti i governi, anche in quello guidato da Giorgia Meloni. Governo che all'inizio ha messo proprio Cingolani come consulente al fianco del nuovo ministro dell'Ambiente, Giberto Pichetto Fratin, detto “Pochetto” perché non sa niente di ciò che si dovrebbe occupare. E prima di fare qualsiasi cosa chiede sempre a De Scalzi. Così, per non rischiare di sbagliare. Per Cingolani, poi – violando una legge che impone l'embargo di un anno ai ministri uscenti – c'è stata la nomina ad amministratore delegato di Leonardo, la grande azienda italiana che si occupa di fabbricare armamenti. E fare tanti soldi destinati agli azionisti.
Il governo Meloni si è poi preso il merito di sottoscrivere un demenziale accordo con Emirati Arabi e Albania per realizzare impianti di produzione di energia solare al di là dell'Adriatico per poi portare questa energia in Italia con un “cavidotto”. Il tutto per ingrassare ancora una volta quelli che attualmente si ingrassano con le fonti fossili. Ma torniamo al rigassificatore di Piombino. Che non fosse un impianto da collocare rapidamente, saltando ogni legge di tutela della sicurezza e dell'ambiente, lo certificano le cifre fornite dalla stessa Snam che lo gestisce. Nel primo anno di esercizio tutto il gas scaricato a Piombino è stato venduto all'estero, quello del 2025 per metà. E se il rigassificatore di Piombino non ci fosse il Paese non sarebbe mai andato in emergenza, perché anche senza quei cinque miliardi di metri cubi (che in realtà sono un po' meno) le nostre riserve sarebbero state comunque vicine al 50 per cento dei “serbatoi” anche a fine inverno. Quella sarebbe la battaglia principale da fare, senza disconoscere il “di più” rappresentato dalla specificità del caso Piombino. Purtroppo non si è capito. Né allora né oggi.
NIMBY? SEMMAI QUI SI SONO DETTI TROPPI SÌ
In questo modo è stato facile – soprattutto durante la campagna elettorale del 2022 – etichettare i piombinesi come “Nimby” (acronimo di “Not in my back yard”, non nel mio giardino) grazie a una classe politica in malafede o impreparata. E anche grazie a una narrazione tossica (giornalismo) che ormai non verifica più niente, non va a vedere, si accontenta delle veline e di reggere il microfono al potente di turno senza mai fare le domande vere. Oppure, quando va a vedere, ci va con un preconcetto e lì si ferma. Piombino ha dato fin troppo, ha accettato ogni nefandezza. Senza mai avere niente in cambio, se non un quadro devastante di malattie e morti più che sospette. In troppi hanno scordato lo sciagurato piano (bipartisan, partorito da un sindaco di centrosinistra e sostenuto da un ministro dell'Ambiente di centrodestra) per portare qui i fanghi delle bonifiche di Bagnoli. Oppure la campagna per il raddoppio della centrale Enel di Tor del Sale. Con l'onnipresente piano di baratti, contropartite o memorandum: qualcosa in cambio per sopportare i disagi. Ma quel “qualcosa” erano diritti spacciati per concessioni.
Insomma, una classe politica che negli ultimi trent'anni (quelli che c'erano prima e quelli che ci sono oggi e non sanno fare altro che puntare il dito su quelli che c'erano prima) ha saputo solo andare con il cappello in mano a chiedere per favore senza chiedere mai le reali garanzie che servirebbero.
Prendete il caso dell'autodefinita acciaieria green (cioè “pulita”) di Metinvest-Adria. A nessuno è venuto in mente di chiedere conto, ai “nuovi padroni”, del comportamento tenuto a Nogaro del Friuli, luogo inizialmente scelto per quell'insediamento. Lì, questi “nuovi padroni” sono stati respinti dalla Regione Friuli-Venezia Giulia anche grazie a un ricorso al Tar presentato da comitati molto simili a quelli che si oppongono al rigassificatore di Piombino. Le motivazioni erano relative proprio alle ricadute sul piano ambientale. Bene, questi “nuovi padroni” hanno chiesto al Tar di avere nomi e cognomi di quei firmatari per poterli citare in giudizio per una richiesta danni. Il Tar ha dato il via libera e per fortuna il Consiglio di Stato ha ribaltato il pronunciamento su quella sentenza e quei nomi non sono accessibili ai “padroni”.
Come si vede, ogni tanto andare fino al Consiglio di Stato serve, e come se serve. Ora, anche ammettendo che il progetto di Piombino possa essere realmente “green”, non sono state fatte due cose: la prima, chiedere che a garantire sulla sicurezza e sulla “pulizia” dell'impianto debba essere un ente terzo; la seconda, la più importante, far sottoscrivere un impegno a non ripetere azioni ritorsive come quelle di Nogaro nel caso in cui qualsiasi cittadino si fosse fatto venire lo scrupolo di chiedere conto davanti a un tribunale. Non lo ha fatto il sindaco, non lo ha fatto il presidente della Regione e – cosa ancor più grave – non lo hanno fatto neppure le organizzazioni sindacali.
Sì, va detto chiaro e tondo, ha ragione chi durante la manifestazione di venerdì 13 marzo 2026 ha esposto il cartello “Piombino è stata venduta”. Ma va detto che era un cartello incompleto: Piombino è stata venduta. Ma non da oggi.
LE TROPPE QUESTIONI “IN PIÙ” CHE NON AVREBBERO DOVUTO ESSERCI
Poi una cosa sulla manifestazione. Era un dibattito, una conferenza, sarebbe stato meglio realizzarla in un luogo chiuso, dove ad esempio Giovanni Tonini, ex ufficiale della Marina, avrebbe potuto “condire” la sua esposizione con filmati e documenti a supporto di uno studio che certifica l'estrema vulnerabilità a un attacco terroristico o a quello di forze armate regolari, come ad esempio quelle iraniane che potrebbero presto puntare i loro missili su obiettivi sensibili di Paesi come il nostro pesantemente legati con la coalizione dei prepotenti, quella formata da Usa e Israele. Poi, cosa ancora più importante, queste iniziative devono avere come obiettivo quello di unire, di far crescere i consensi intorno alla causa, circoscrivendo gli argomenti da trattare. Che senso ha inserire rivendicazioni veterosiderurgiche intrise di nostalgia dove ci manca solo che qualcuno dica “prendilo, è di Magona” oppure “dove c'è fumo c'è pane”? Oppure fare propaganda per il No (o per il Sì) all'imminente referendum sulla magistratura? O, ancora, come in passato, piazzare nella contesa addirittura rivendicazioni no-vax?
ALTRI ERRORI IN ORDINE SPARSO
Inoltre, una riflessione va fatta anche sui lodevoli tentativi di far conoscere il pensiero dei comitati quando si tratta di finire nelle trappole di collegamenti esterni per affacciarsi in collegamento da remoto in studi televisivi dove ci sono veri e propri plotoni di esecuzione fatti di sedicenti esperti, quasi sempre prezzolati (ad esempio Davide Tabarelli, presentato come esperto di questioni energetiche ma a libro paga anche di governo e società legate alle fonti fossili). A quelle “trappole” non si dovrebbe più prestare il fianco. Così come non si sarebbe mai dovuto offrire una sponda con la presenza, a iniziative organizzate in Liguria (Vado, Savona) con tanto di cartelli “Il rigassificatore deve restare a Piombino”.
I GIOVANI CHE NON CI SONO
Infine il capitolo “nuove generazioni”. Tre anni fa, nei vari cortei organizzati per dire no all'arrivo del rigassificatore, era abbastanza considerevole la presenza dei giovani. Adesso no, l'età media dei partecipanti si è notevolmente alzata. Sì, vero, questa è una comunità che invecchia, che si riduce anno dopo anno fino a essere tornata a un numero di residenti uguale a quello del primo dopoguerra (1951). Ma se l'indifferenza sta diventando il primo problema, quella giovanile è una questione da non considerare come ineluttabile. E non è aspetto da mettere in coda alle priorità. Detto tutto questo, non posso che rinnovare la mia gratitudine a chi impiega il proprio tempo (senza alcun tornaconto, anzi semmai c'è da rimetterci qualcosa) per questa causa. Il pessimismo e il fastidio però, purtroppo, restano. E posso anche dire di aver previsto tutto questo nel mio libro “L'Italia dei Favori”, che è uscito a ottobre del 2025. E di aver dato il mio contributo a una pregevole videoinchiesta realizzata nel 2022 da Max Civili dal titolo “Il metodo Piombino”. Mi sarebbe tanto piaciuto poter dire il contrario.






