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L'aria è in allarme. Ma nell'Empolese-Valdelsa quanto PM10 abbiamo respirato?

01-09-2026 16:12 - Opinioni
di Emilio Chiorazzo

C'è una sensazione piuttosto frustrante, quando si fa questo mestiere: avere davanti una notizia importante e accorgersi che manca proprio il dato più importante per raccontarla.

ARPAT - l'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana - ha lanciato un segnale sulla qualità dell'aria in Toscana. Nei giorni scorsi le stazioni della rete regionale hanno registrato un significativo aumento delle concentrazioni di PM10, con il superamento del valore limite giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo. Un fenomeno legato, secondo ARPAT, all'arrivo di masse d'aria dal Nord Africa, che hanno trasportato polveri fino al suolo.

La domanda, a questo punto, viene quasi naturale: e nell'Empolese-Valdelsa?

La risposta è molto meno semplice di quanto dovrebbe essere.

Non abbiamo una centralina fissa ARPAT che ci permetta di dire ai cittadini di Empoli, Castelfiorentino, Certaldo, Fucecchio e degli altri comuni del territorio quale sia stato, con una misurazione locale, il livello di PM10 respirato durante questo episodio.

E qui nasce il problema.

Non significa che nell'Empolese-Valdelsa l'aria fosse necessariamente peggiore o migliore rispetto al resto della Toscana. Non abbiamo elementi per affermarlo, nonoostante ci sia attivo, sul territorio, un sistema, fatto di droni e sensori, che dovrebbero fornire alcuni dati. Significa una cosa molto più semplice e, proprio per questo, molto più seria: non abbiamo il dato locale - ufficiale - che ci permetta di verificarlo.

Non è una novità. La vecchia centralina di Empoli, collocata all'angolo tra via Cavour e via Ridolfi, era stata utilizzata per anni per il controllo della qualità dell'aria legato all'esposizione al traffico. Nel 2013 venne rimossa perché ormai obsoleta ed era stata esclusa dalla nuova rete regionale di monitoraggio. All'epoca l'amministrazione comunale spiegava che, per avere un quadro più dettagliato della qualità dell'aria, si sarebbe potuto ricorrere a laboratori mobili.

Sono passati tredici anni. E nel frattempo il tema non è certo diventato meno importante. Anzi. Già in passato era stato sollevato il problema dell'assenza di centraline nel territorio dell'Empolese-Valdelsa e della conseguente difficoltà di sapere con precisione che cosa respirano ogni giorno i cittadini.
Oggi la questione torna prepotentemente d'attualità. Oltre un anno fa, nel presentare il progetto per cambiare pelle all'area industriale del Terrafino, tra le cose previste in quella zona, era stata annunciata anche l'installazione di una centralina per la misurazione della qualità dell'aria. A un anno di distanza, il paradosso rimane evidente: l'allarme sulla qualità dell'aria c'è, i dati regionali ci sono, il fenomeno delle polveri provenienti dal Nord Africa è documentato. Ma quando proviamo a restringere il campo e chiediamo cosa sia successo precisamente nel nostro territorio, ci troviamo davanti a un punto interrogativo.

E questo, per chi deve fare informazione, è particolarmente frustrante. Perché una cosa è dire che in Toscana si è verificato un episodio di aumento delle concentrazioni di PM10. Un'altra è poter dire ai cittadini dell'Empolese-Valdelsa: ieri qui il valore era questo. Quel numero, oggi, non lo abbiamo.

Non significa che non si possano utilizzare modelli, stime o dati provenienti dalle altre stazioni. Sono strumenti importanti e utili per ricostruire la situazione. Ma una stima regionale non è la stessa cosa di una misurazione effettuata sul territorio.

Una centralina non risolverebbe l'inquinamento. Non fermerebbe le polveri del Sahara, non eliminerebbe il traffico e non cambierebbe la direzione del vento. Ci direbbe però cosa sta succedendo. E sapere cosa succede è il primo passo per poter decidere cosa fare. È qui che forse sarebbe necessario aprire una riflessione più ampia. Abbiamo sistemi di allerta per il maltempo, per i temporali, per il vento forte, per il caldo estremo. Riceviamo notifiche e comunicazioni quando un fenomeno atmosferico può rappresentare un rischio.

Perché non dovremmo avere la stessa attenzione per la qualità dell'aria?

Perché non immaginare, anche a livello locale, un sistema che permetta di sapere quando le concentrazioni di determinati inquinanti aumentano e che dia ai cittadini informazioni semplici, tempestive e comprensibili?

Soprattutto quando parliamo di fenomeni che possono ripetersi e che non dipendono soltanto dalle nostre attività locali. Le polveri sahariane ne sono un esempio evidente: arrivano da lontano, ma le respiriamo qui.

E allora la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto sia inquinata l'aria della Toscana. Dovremmo poter chiedere: quanto è inquinata l'aria che respiriamo noi?

È una domanda che riguarda tutti, ma anche chi amministra il territorio. Perché conoscere la qualità dell'aria non è un lusso e non dovrebbe essere considerato un dettaglio tecnico riservato agli addetti ai lavori. Significa avere uno strumento per capire il territorio, individuare eventuali criticità, confrontare i dati nel tempo e assumere decisioni più consapevoli sulle politiche ambientali, sulla mobilità e sulla salute pubblica.

Il problema, dunque, non è soltanto che non possiamo dire che l'aria dell'Empolese-Valdelsa sia cattiva. È che, in determinate circostanze, non possiamo nemmeno dire con certezza quanto sia buona. Ed è forse questa la parte più difficile da accettare.

Come giornalisti abbiamo davanti una notizia: ARPAT segnala un episodio anomalo di PM10, spiega che le masse d'aria provenienti dal Nord Africa hanno contribuito al fenomeno e invita, di fatto, a guardare con attenzione ai dati. Noi possiamo raccontare tutto questo. Ma quando arriva la domanda più semplice, quella che probabilmente farebbe qualsiasi cittadino: “E qui da noi quanto abbiamo respirato?”, non abbiamo una risposta precisa.

E non è una colpa di chi misura. È una questione che riguarda il modo in cui abbiamo scelto di monitorare il nostro territorio.
Forse è arrivato il momento di chiedersi se quella scelta sia ancora sufficiente. E forse, dopo tredici anni dalla rimozione della vecchia centralina, sarebbe il caso che Arpat tornasse a monitorarlo.