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La cultura non si misura in caffè

22-08-2026 14:46 - Opinioni
C'è qualcosa di utile, e persino di salutare, nella polemica nata attorno a Provincia Novecento. Utile perché costringe a discutere non soltanto di una mostra, ma del rapporto che una città vuole avere con la cultura, con il denaro pubblico e con le proprie ambizioni. E salutare perché, in democrazia, anche un'iniziativa culturale deve poter essere sottoposta alle domande di chi siede in Consiglio comunale.

L'interrogazione di Empoli del Fare è tutt'altro che illegittima. Chiedere quanto è costata la mostra, quali siano state le entrate, quanti visitatori siano arrivati, da dove provenissero e quale eventuale ricaduta abbiano avuto su commercio, turismo e attività economiche è perfettamente nelle prerogative di un'opposizione. Sono dati che è giusto conoscere, anche per consentire alla città di valutare con trasparenza come vengono impiegate le risorse pubbliche.

Ma proprio qui comincia la questione più interessante: sono questi i soli parametri con cui giudicare una mostra? La risposta, a nostro avviso, è no. Provincia Novecento. Arte a Empoli 1925-1960 è stata un'operazione culturale di rilievo. Oltre 150 opere, molte delle quali mai esposte prima, hanno ricostruito una stagione sorprendentemente vivace della storia artistica empolese, restituendo alla città una parte della propria identità. La mostra ha avuto anche il merito di riportare all'attenzione figure e vicende che rischiavano di rimanere patrimonio di pochi specialisti. E i numeri, peraltro, non sono mancati: secondo il Comune, le presenze hanno raggiunto quota 10mila. Un risultato significativo per un'esposizione dedicata a una vicenda artistica locale e ospitata per alcuni mesi negli spazi dell'Antico Ospedale San Giuseppe.
Dunque sì: facciamo pure tutti i conti. Anzi, facciamoli bene. Ma senza commettere l'errore di confondere una politica culturale con una campagna commerciale.

Il sindaco Mantellassi, nella sua risposta affidata ai social, ha posto esattamente questo tema: se una mostra debba essere giudicata soltanto sulla base degli incassi, dei caffè venduti nei bar o della tassa di soggiorno prodotta. La sua risposta è stata netta: investire in cultura significa anche finanziare ciò che, per sua natura, non può essere sostenuto esclusivamente dal mercato. È una posizione condivisibile, con una precisazione importante: dire che la cultura non si misura soltanto con il denaro non significa dire che il denaro non vada misurato.
Le due cose possono e devono convivere. Un'amministrazione seria deve sapere quanto costa una mostra, quanto incassa, quanto contribuiscono gli sponsor, quante persone la visitano e quale pubblico raggiunge. Deve anche interrogarsi sugli effetti più ampi: formazione, educazione, conoscenza del territorio, promozione della città, costruzione di un'identità condivisa. Ma non tutto questo può essere trasformato in una voce di bilancio.

Se porto a Empoli una mostra di qualità per raccontare agli empolesi una parte dimenticata della loro storia, il risultato non coincide necessariamente con il numero di aperitivi consumati dopo la visita. Se una ragazzina entra per la prima volta in una mostra e scopre che nella sua città, cento anni fa, c'erano artisti capaci di dialogare con la cultura nazionale, è quello un risultato? Certamente sì. Solo che non compare nello scontrino di un bar. È questa la differenza fondamentale tra un investimento culturale e un investimento commerciale.

Prendiamo eventi come il Luglio Empolese o Empoli Città del Natale. Hanno, naturalmente, anche una dimensione culturale e sociale, ma possiedono una componente economica e commerciale molto più marcata. Lì ha perfettamente senso ragionare secondo le regole del marketing: quanti visitatori portiamo, quanto spendono, quanto aumentano le presenze nei negozi, quale ritorno ottengono gli operatori, quali investimenti producono maggiori risultati, se le proposte che vengono fatte alla città sono adeguate. In quel caso gli obiettivi devono essere dichiarati e, per quanto possibile, misurati.
Per una mostra d'arte il ragionamento è diverso. Non opposto: diverso. E sarebbe persino un errore politico mettere in contrapposizione cultura ed economia. Una città culturalmente viva può essere anche una città più attrattiva, più interessante, più capace di generare turismo e opportunità. Ma questo è un possibile effetto dell'investimento culturale, non necessariamente la sua ragione unica.
Anzi, sarebbe pericoloso pretendere che ogni scelta culturale debba prima dimostrare la propria redditività. Se applicassimo sempre questa logica, finiremmo inevitabilmente per finanziare soltanto ciò che vende facilmente e per abbandonare tutto ciò che ha bisogno di tempo, studio, ricerca e investimento pubblico.
La cultura, invece, ha anche il compito di proporre ciò che il mercato da solo probabilmente non proporrebbe. È una delle ragioni per cui esistono le istituzioni pubbliche.
Per questo le domande di Empoli del Fare sono legittime. E per questo è giusto che il Comune risponda puntualmente, come ha annunciato il sindaco. Ma altrettanto legittima è la domanda opposta: siamo davvero sicuri che il successo di Provincia Novecento debba essere stabilito dal suo conto economico?
Forse la misura più corretta sta nel tenere insieme entrambe le prospettive. Trasparenza sui costi, dati sugli ingressi, chiarezza sulle risorse pubbliche: sempre. Ma anche consapevolezza che una comunità non investe soltanto per guadagnare nell'immediato.
Investire in cultura significa anche decidere che una città non vuole essere soltanto un luogo dove si consuma, si compra e si produce. Vuole essere un luogo dove si studia, si ricorda, si discute, si scopre, ci si riconosce.
Provincia Novecento ha fatto esattamente questo: ha riportato al centro una storia che appartiene a Empoli e l'ha resa accessibile a un pubblico più ampio. Il Comune ha oggi annunciato anche l'intenzione di utilizzare quell'esperienza come prima tappa verso un possibile museo civico, con uno stanziamento di 100mila euro per la progettazione. Su questo, naturalmente, sarà ancora più importante discutere, misurare, verificare e rendicontare.
Perché la cultura non deve essere esente dal giudizio pubblico. Deve però essere giudicata con gli strumenti giusti.
E un caffè in più venduto in centro può essere una buona notizia. Ma non può essere l'unità di misura con cui decidiamo se una città ha fatto bene a raccontare la propria storia.
Emilio Chiorazzo