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La Liberazione aveva il volto del mondo

08-08-2026 10:23 - Opinioni
di Franco Pescali

C'è un'immagine che il cinema ci ha consegnato e che, a forza di essere ripetuta, è diventata quasi una verità. Quando pensiamo alla Liberazione dell'Italia immaginiamo colonne di jeep americane, giovani soldati “bianchi” e sorridenti, chewing gum, cioccolata distribuita ai bambini, bandiere a stelle e strisce che sventolano nelle piazze appena liberate. È una narrazione potente, cinematograficamente perfetta, ma è soltanto una parte della storia.

La realtà era infinitamente più ricca.

La libertà arrivò in Italia parlando decine di lingue, pregando dèi diversi, portando sulla pelle colori differenti. Arrivò dall'altra parte del mondo, attraversando oceani e continenti per combattere una guerra che, per molti di quei ragazzi, non aveva nulla a che fare con la loro terra d'origine. Eppure, decisero di combatterla lo stesso. È questa la grande storia che rischiamo di dimenticare. Empoli, ad esempio, non fu liberata dagli americani. A entrare in città furono i soldati del 28° Battaglione Māori della Nuova Zelanda. Giovani appartenenti al popolo indigeno māori, cresciuti tra tradizioni millenarie e villaggi del Pacifico, che si ritrovarono improvvisamente a combattere nelle campagne toscane. Chissà cosa pensarono vedendo le colline dell'Empolese. Chissà se riuscivano anche solo a pronunciarne il nome. Eppure, per quelle strade combatterono e, in molti casi, morirono.

È una storia bellissima. Ed è quasi sconosciuta.

Come sconosciuto è il ruolo della 92ª Divisione "Buffalo Soldiers", composta in gran parte da soldati afroamericani che combatterono lungo la Linea Gotica. C'è qualcosa di profondamente simbolico nella loro presenza. Erano uomini chiamati a difendere la libertà dell'Europa mentre, tornati in patria, avrebbero trovato autobus, scuole e ristoranti ancora divisi dalla segregazione razziale. Combattevano per una democrazia che il loro stesso Paese non garantiva ancora pienamente a loro. Una contraddizione che rende il loro sacrificio ancora più grande. E poi ci sono i brasiliani. Sembra quasi incredibile raccontarlo oggi, ma Massarosa deve la propria liberazione ai soldati della Força Expedicionária Brasileira. Ragazzi partiti da Rio de Janeiro, San Paolo o Belo Horizonte che attraversarono l'Atlantico per combattere tra il fango degli Appennini e il freddo degli inverni italiani. Anche loro hanno lasciato sangue e vite sulla nostra terra. Accanto a loro avanzarono le truppe francesi, nelle quali combattevano migliaia di marocchini e altri soldati provenienti dal Nord Africa. Anche loro contribuirono in modo decisivo allo sfondamento delle difese tedesche.

Se osserviamo una fotografia dell'esercito alleato in Italia, scopriamo un mosaico umano straordinario. Neozelandesi, canadesi, indiani, sudafricani, senegalesi, marocchini, brasiliani, americani bianchi e afroamericani, inglesi, polacchi. Un'umanità che oggi definiremmo multiculturale, ma che allora aveva un solo obiettivo: abbattere il nazifascismo. È curioso. Oggi discutiamo animatamente di integrazione, di identità, di stranieri. Eppure, la nostra libertà è stata costruita anche da persone che, con il linguaggio burocratico dei nostri giorni, qualcuno definirebbe semplicemente "extracomunitari".

La storia, a volte, ha un sottile senso dell'ironia.

Ma c'è un'altra pagina ancora più sorprendente. La Resistenza non fu soltanto italiana. Tra le brigate partigiane combatterono uomini provenienti da molti Paesi e perfino tedeschi che ebbero il coraggio di ribellarsi a Hitler. Carlo Greppi lo racconta magnificamente nel suo libro dedicato alla figura del capitano Rudolf Jacobs, ufficiale della Marina tedesca che a Sarzana prese la decisione più difficile della sua vita: disertare insieme al proprio attendente e unirsi ai partigiani. Morì combattendo contro coloro che, fino a pochi giorni prima, erano stati i suoi commilitoni. La sua vicenda ci ricorda una verità spesso dimenticata: il confine non passava soltanto tra nazioni, ma attraversava le coscienze. Da una parte c'era chi sceglieva la dittatura. Dall'altra chi sceglieva la libertà, anche a costo della propria vita. È per questo che il 25 aprile non dovrebbe limitarsi a una liturgia della memoria. Dovrebbe essere, ogni anno, un esercizio di conoscenza. Dovrebbe raccontare la complessità di quella straordinaria alleanza di popoli che restituì la libertà all'Italia.

Empoli potrebbe fare molto.

Potrebbe dedicare un murale ai guerrieri māori che liberarono la città, seguendo l'esempio di Barberino Tavarnelle, che ha già scelto di rendere visibile quella memoria. Sarebbe un'opera d'arte, certo, ma soprattutto un gesto educativo. Ogni ragazzo che passasse davanti a quel murale si chiederebbe: "Chi erano quei soldati?". E da quella domanda nascerebbe una storia che oggi quasi nessuno conosce. La memoria non serve a guardare indietro. Serve a capire chi siamo. Se dimentichiamo il carattere universale della Liberazione, rischiamo di trasformarla in un racconto povero, nazionale, quasi provinciale. Invece fu esattamente il contrario. La libertà arrivò grazie all'incontro di popoli lontanissimi, di culture differenti, di uomini che probabilmente non si sarebbero mai incontrati se non li avesse uniti la lotta contro il totalitarismo. Forse dovremmo raccontare più spesso questa storia ai nostri figli. Perché insegna una verità semplice e potentissima: la libertà non ha il colore di una pelle, non parla una sola lingua, non appartiene a una sola bandiera.

Ha il volto del mondo.

Ed è proprio questo il messaggio che il 25 aprile dovrebbe consegnarci ogni anno. Non la celebrazione di una vittoria nazionale, ma il ricordo di una straordinaria alleanza umana. Donne e uomini arrivati dall'Oceania, dall'Africa, dalle Americhe, dall'Europa e perfino dalla Germania che seppero riconoscersi nello stesso ideale di giustizia. La libertà che oggi diamo per scontata è nata anche grazie a loro. Ricordarli non è un gesto di cortesia verso il passato.

È un dovere verso il futuro.

Nella foto: il murales per i guerrieri māori realizzato a Barberino-Tavarnelle