Ma davvero vogliamo sterilizzare le scuole per difendere il pluralismo?
16-02-2026 08:38 - Opinioni
di Pietro Spina
C'è qualcosa di rassicurante, quasi poetico, nell'idea che la politica si preoccupi della “neutralità” delle scuole. È un po' come quando il lupo si interessa alla dieta delle pecore: segno di grande sensibilità alimentare.
Di questo si parlerà nel prossimo consiglio comunale, spinti da un'interrogazione presentata per chiedere all'amministrazione quali iniziative intenda promuovere – nel rispetto dell'autonomia scolastica – a tutela della neutralità politica e del pluralismo culturale. Una formula elegante, quasi costituzionale. Talmente elegante da nascondere, sotto il velluto delle parole, qualche nodo interessante.
Il motivo scatenante? Le segnalazioni ricevute da alcuni studenti delle scuole secondarie di secondo grado circa la presenza, in spazi comuni scolastici, di materiali espositivi riconducibili a messaggi di natura politica. «In forma unilaterale», sottolinea il comunicato che spiega le motivazioni della richiesta avanzata al consiglio comunale.
Il primo è lessicale. Si dice: non ci interessa il merito delle posizioni, ma il metodo. Non conta cosa c'è scritto nei materiali esposti, conta il fatto che siano unilaterali. Eppure la segnalazione nasce proprio dal contenuto percepito come politico. Se davvero il problema fosse solo il metodo, la soluzione sarebbe semplice: più pluralismo, più confronto, più dibattito. Non meno espressione.
Secondo nodo: l'autonomia scolastica. Viene riconosciuta “pienamente”. Subito dopo, però, si propone che il Comune apra tavoli, definisca linee di indirizzo (sia pure “leggere”), promuova sensibilizzazioni istituzionali sulla gestione degli spazi comuni. Tutto nel massimo rispetto dell'autonomia, s'intende. È una forma raffinata di rispetto: ti riconosco libero, ma intanto ti spiego come esercitare la libertà.
C'è poi l'idea suggestiva della “pressione ambientale”. Un manifesto su una bacheca diventerebbe clima, il clima diventerebbe condizionamento, il condizionamento quasi arruolamento. Viene da chiedersi quale fragile concezione degli studenti si nasconda dietro questa preoccupazione: ragazzi e ragazze di 16 o 17 anni, capaci di navigare nel caos dei social, ma improvvisamente vulnerabili davanti a un cartellone appeso in corridoio.
Si invoca lo Statuto delle studentesse e degli studenti, la libertà di espressione, il pluralismo. Giustamente. Ma la libertà di espressione è un principio un po' capriccioso: vale anche per le opinioni che non piacciono. E il pluralismo non si garantisce sterilizzando gli spazi; si costruisce moltiplicando le voci. Se una bacheca è “a senso unico”, la risposta non è chiuderla: è affiancarla con un'altra.
Curioso anche il passaggio sull'educazione civica. Si dice: serve confronto, non appartenenza identitaria. Vero. Ma il confronto, per definizione, nasce da posizioni riconoscibili. Se togliamo i segni visibili delle idee per paura che siano “unilaterali”, rischiamo di avere scuole perfettamente neutre e perfettamente mute. Un silenzio molto educato, ma poco educativo.
Infine, la frase più efficace: la scuola non è il luogo dove ci si deve sentire “arruolati”. Concordiamo. Ma la scuola è, da sempre, il luogo dove si incontrano idee, passioni, conflitti culturali. È uno spazio vivo, non una sala d'attesa. Se ogni messaggio politico affisso diventa sospetto di reclutamento, allora la neutralità si trasforma in sorveglianza preventiva.
La vera domanda, forse, è un'altra: chi decide cos'è “unilaterale”? E secondo quale metro? Perché la neutralità assoluta non esiste: esistono regole condivise e capacità critica. Il rischio è che, nel tentativo di proteggere il pluralismo, si finisca per amministrarlo dall'alto.
Difendere la libertà significa anche accettare che nei corridoi delle scuole circolino idee – talvolta sbilanciate, talvolta discutibili – e che la risposta sia più discussione, non più regolamento. La democrazia è un esercizio rumoroso. Se la rendiamo troppo silenziosa, rischiamo di farle perdere la voce.
C'è qualcosa di rassicurante, quasi poetico, nell'idea che la politica si preoccupi della “neutralità” delle scuole. È un po' come quando il lupo si interessa alla dieta delle pecore: segno di grande sensibilità alimentare.
Di questo si parlerà nel prossimo consiglio comunale, spinti da un'interrogazione presentata per chiedere all'amministrazione quali iniziative intenda promuovere – nel rispetto dell'autonomia scolastica – a tutela della neutralità politica e del pluralismo culturale. Una formula elegante, quasi costituzionale. Talmente elegante da nascondere, sotto il velluto delle parole, qualche nodo interessante.
Il motivo scatenante? Le segnalazioni ricevute da alcuni studenti delle scuole secondarie di secondo grado circa la presenza, in spazi comuni scolastici, di materiali espositivi riconducibili a messaggi di natura politica. «In forma unilaterale», sottolinea il comunicato che spiega le motivazioni della richiesta avanzata al consiglio comunale.
Il primo è lessicale. Si dice: non ci interessa il merito delle posizioni, ma il metodo. Non conta cosa c'è scritto nei materiali esposti, conta il fatto che siano unilaterali. Eppure la segnalazione nasce proprio dal contenuto percepito come politico. Se davvero il problema fosse solo il metodo, la soluzione sarebbe semplice: più pluralismo, più confronto, più dibattito. Non meno espressione.
Secondo nodo: l'autonomia scolastica. Viene riconosciuta “pienamente”. Subito dopo, però, si propone che il Comune apra tavoli, definisca linee di indirizzo (sia pure “leggere”), promuova sensibilizzazioni istituzionali sulla gestione degli spazi comuni. Tutto nel massimo rispetto dell'autonomia, s'intende. È una forma raffinata di rispetto: ti riconosco libero, ma intanto ti spiego come esercitare la libertà.
C'è poi l'idea suggestiva della “pressione ambientale”. Un manifesto su una bacheca diventerebbe clima, il clima diventerebbe condizionamento, il condizionamento quasi arruolamento. Viene da chiedersi quale fragile concezione degli studenti si nasconda dietro questa preoccupazione: ragazzi e ragazze di 16 o 17 anni, capaci di navigare nel caos dei social, ma improvvisamente vulnerabili davanti a un cartellone appeso in corridoio.
Si invoca lo Statuto delle studentesse e degli studenti, la libertà di espressione, il pluralismo. Giustamente. Ma la libertà di espressione è un principio un po' capriccioso: vale anche per le opinioni che non piacciono. E il pluralismo non si garantisce sterilizzando gli spazi; si costruisce moltiplicando le voci. Se una bacheca è “a senso unico”, la risposta non è chiuderla: è affiancarla con un'altra.
Curioso anche il passaggio sull'educazione civica. Si dice: serve confronto, non appartenenza identitaria. Vero. Ma il confronto, per definizione, nasce da posizioni riconoscibili. Se togliamo i segni visibili delle idee per paura che siano “unilaterali”, rischiamo di avere scuole perfettamente neutre e perfettamente mute. Un silenzio molto educato, ma poco educativo.
Infine, la frase più efficace: la scuola non è il luogo dove ci si deve sentire “arruolati”. Concordiamo. Ma la scuola è, da sempre, il luogo dove si incontrano idee, passioni, conflitti culturali. È uno spazio vivo, non una sala d'attesa. Se ogni messaggio politico affisso diventa sospetto di reclutamento, allora la neutralità si trasforma in sorveglianza preventiva.
La vera domanda, forse, è un'altra: chi decide cos'è “unilaterale”? E secondo quale metro? Perché la neutralità assoluta non esiste: esistono regole condivise e capacità critica. Il rischio è che, nel tentativo di proteggere il pluralismo, si finisca per amministrarlo dall'alto.
Difendere la libertà significa anche accettare che nei corridoi delle scuole circolino idee – talvolta sbilanciate, talvolta discutibili – e che la risposta sia più discussione, non più regolamento. La democrazia è un esercizio rumoroso. Se la rendiamo troppo silenziosa, rischiamo di farle perdere la voce.






