Nel degrado la tomba di don Ascanio Palloni
02-01-2026 22:09 - Primo piano
La tomba di monsignor Ascanio Palloni - nell'area dedicata ai religiosi, nel cimitero della Misericordia di Empoli - versa in uno stato di evidente degrado. Sulla croce non si legge più neppure il suo nome: alcune lettere sono cadute, cancellando simbolicamente l'identità di un sacerdote che, invece, ha segnato in modo profondo la storia civile e religiosa della città. Una situazione che colpisce e che suscita amarezza, soprattutto se si pensa a quanto Empoli debba a questo uomo di Chiesa. La segnalazione ci arriva da alcuni cittadini che sono rimasti colpiti da come è ridotta la tomba. L'auspicio è che chi ha cura della sepoltura possa intervenire al più presto, restituendo decoro a un luogo che custodisce una memoria preziosa per tutta la comunità.
Il 20 marzo 1972, Empoli perdeva uno dei suoi sacerdoti più amati: il proposto monsignor Ascanio Palloni. Nato a San Colombano, nel comune di Scandicci, nel 1906, ordinato sacerdote il 24 novembre 1929, Palloni arrivò in Collegiata nel settembre del 1943, succedendo a Giulio Lorini e precedendo Giovanni Cavini. Fu lui a guidare la Chiesa empolese negli anni più drammatici della Seconda guerra mondiale, condividendo fino in fondo le sofferenze della popolazione.
Quando la città sfollò a causa del conflitto, molti cittadini – compresi esponenti del clero – trovarono rifugio nel convento dei Cappuccini di via Salaiola. Anche monsignor Palloni fu costretto a lasciare la propositura e visse lì per un po' di tempo con la madre e la sorella. In quel periodo fu costretto dai tedeschi a “sminare” - insieme a un altro prelato, don Faustino Poli - alcuni terreni lungo l'argine del fiume, dove erano caduti ordigni lanciati dagli Alleati, esponendolo a rischi gravissimi. L'episodio - secondo gli ambienti ecclesiastici e, secondo uno scritto di Sergio Gensini, studioso di storia territoriale, potrebbe essere nato dal fatto che il 16 marzo del 1944 una circolare della tenenza dei carabinieri di Empoli parla di un manifesto sovversivo, diffuso particolarmente in ambienti del clero sociale. Il titolo del manifesto era I cattolici nell'ora presente che terminava con le parole: “nel fascismo non è né la salvezza, né la libertà". Potrebbe essere stata appunto una vendetta. Lo racconta un ricordo biografico di don Palloni, scritta da Marco Mainardi in collaborazione con Paolo Pianigiani, e pubblicata alcuni anni fa dal sito Gonews.it (e dal quale abbiamo attinto per tracciare la figura del proposto).
Le cronache ricordano Palloni come il sacerdote che, dopo la tragica fucilazione del 24 luglio 1944 ad opera dei nazi-fascisti, raccolse e seppellì i morti, dando loro degna sepoltura in un momento in cui Empoli era ferita nel corpo e nell'anima. Il suo rapporto stretto con la gente fu il tratto distintivo del suo ministero: una presenza costante tra la popolazione provata dalla fame, dalla paura, dai bombardamenti e dalle violenze.
Don Guido Engels, attuale proposto di Empoli ne ha studiato a fondo la figura e ricorda spesso che per gli empolesi Palloni fu “un nuovo tipo di Proposto”, un parroco che viveva tra la gente e per la gente. Instancabile soccorritore durante le incursioni aeree, presente dopo il terribile bombardamento del 26 dicembre 1943 alle Cascine, impegnato nella ricostruzione della Collegiata e di Sant'Agostino dopo il crollo dei campanili, capace anche di pacificare animi esasperati dalla guerra e dalle successive lacerazioni politiche.
Il suo amore concreto per Empoli si manifestò anche nel dopoguerra, quando donò le terre di proprietà della Collegiata a chi aveva perso la casa, arrivando a far costruire abitazioni per i più poveri nella zona che ancora oggi gli empolesi chiamano “terra santa”. Fu attento ai giovani, favorì il rinnovamento della Chiesa ospitando il nascente movimento studentesco in Sant'Antonio, e visse con lucidità anche gli anni del boom economico, mettendo in guardia dal rischio dell'egoismo e della chiusura verso gli altri.
Non mancò in lui una forte vocazione missionaria, né l'attenzione per le orfanelle dell'istituto San Girolamo, che protesse, sfamò e aiutò a costruirsi un futuro dignitoso, fino all'ampliamento dell'istituto nei primi anni Sessanta. Rimangono vivi, nei ricordi di chi lo ha conosciuto, i suoi gesti di tenerezza verso i più deboli: i dolci portati ai malati e agli anziani insieme alla Comunione, le gite organizzate per i ragazzi in tempi in cui viaggiare era tutt'altro che semplice.
Nel suo testamento, monsignor Palloni riassunse il senso di una vita spesa interamente per Empoli: «È al mio popolo di Empoli che voglio esprimere tutto il mio affetto. È stato per me ben più di quello che possa essere per un padre la propria famiglia. Sento di avergli dato tutto: tempo, salute, cuore, intelligenza e anche la vita».
Oggi, davanti a una tomba che non permette più neppure di leggere il suo nome, quelle parole risuonano come un richiamo. Prendersi cura della sepoltura di don Ascanio Palloni non è solo un gesto di manutenzione, ma un atto di rispetto verso la storia della città e verso un sacerdote che, nei momenti più bui, non ha mai smesso di stare accanto al suo popolo.
Il 20 marzo 1972, Empoli perdeva uno dei suoi sacerdoti più amati: il proposto monsignor Ascanio Palloni. Nato a San Colombano, nel comune di Scandicci, nel 1906, ordinato sacerdote il 24 novembre 1929, Palloni arrivò in Collegiata nel settembre del 1943, succedendo a Giulio Lorini e precedendo Giovanni Cavini. Fu lui a guidare la Chiesa empolese negli anni più drammatici della Seconda guerra mondiale, condividendo fino in fondo le sofferenze della popolazione.
Quando la città sfollò a causa del conflitto, molti cittadini – compresi esponenti del clero – trovarono rifugio nel convento dei Cappuccini di via Salaiola. Anche monsignor Palloni fu costretto a lasciare la propositura e visse lì per un po' di tempo con la madre e la sorella. In quel periodo fu costretto dai tedeschi a “sminare” - insieme a un altro prelato, don Faustino Poli - alcuni terreni lungo l'argine del fiume, dove erano caduti ordigni lanciati dagli Alleati, esponendolo a rischi gravissimi. L'episodio - secondo gli ambienti ecclesiastici e, secondo uno scritto di Sergio Gensini, studioso di storia territoriale, potrebbe essere nato dal fatto che il 16 marzo del 1944 una circolare della tenenza dei carabinieri di Empoli parla di un manifesto sovversivo, diffuso particolarmente in ambienti del clero sociale. Il titolo del manifesto era I cattolici nell'ora presente che terminava con le parole: “nel fascismo non è né la salvezza, né la libertà". Potrebbe essere stata appunto una vendetta. Lo racconta un ricordo biografico di don Palloni, scritta da Marco Mainardi in collaborazione con Paolo Pianigiani, e pubblicata alcuni anni fa dal sito Gonews.it (e dal quale abbiamo attinto per tracciare la figura del proposto).
Le cronache ricordano Palloni come il sacerdote che, dopo la tragica fucilazione del 24 luglio 1944 ad opera dei nazi-fascisti, raccolse e seppellì i morti, dando loro degna sepoltura in un momento in cui Empoli era ferita nel corpo e nell'anima. Il suo rapporto stretto con la gente fu il tratto distintivo del suo ministero: una presenza costante tra la popolazione provata dalla fame, dalla paura, dai bombardamenti e dalle violenze.
Don Guido Engels, attuale proposto di Empoli ne ha studiato a fondo la figura e ricorda spesso che per gli empolesi Palloni fu “un nuovo tipo di Proposto”, un parroco che viveva tra la gente e per la gente. Instancabile soccorritore durante le incursioni aeree, presente dopo il terribile bombardamento del 26 dicembre 1943 alle Cascine, impegnato nella ricostruzione della Collegiata e di Sant'Agostino dopo il crollo dei campanili, capace anche di pacificare animi esasperati dalla guerra e dalle successive lacerazioni politiche.
Il suo amore concreto per Empoli si manifestò anche nel dopoguerra, quando donò le terre di proprietà della Collegiata a chi aveva perso la casa, arrivando a far costruire abitazioni per i più poveri nella zona che ancora oggi gli empolesi chiamano “terra santa”. Fu attento ai giovani, favorì il rinnovamento della Chiesa ospitando il nascente movimento studentesco in Sant'Antonio, e visse con lucidità anche gli anni del boom economico, mettendo in guardia dal rischio dell'egoismo e della chiusura verso gli altri.
Non mancò in lui una forte vocazione missionaria, né l'attenzione per le orfanelle dell'istituto San Girolamo, che protesse, sfamò e aiutò a costruirsi un futuro dignitoso, fino all'ampliamento dell'istituto nei primi anni Sessanta. Rimangono vivi, nei ricordi di chi lo ha conosciuto, i suoi gesti di tenerezza verso i più deboli: i dolci portati ai malati e agli anziani insieme alla Comunione, le gite organizzate per i ragazzi in tempi in cui viaggiare era tutt'altro che semplice.
Nel suo testamento, monsignor Palloni riassunse il senso di una vita spesa interamente per Empoli: «È al mio popolo di Empoli che voglio esprimere tutto il mio affetto. È stato per me ben più di quello che possa essere per un padre la propria famiglia. Sento di avergli dato tutto: tempo, salute, cuore, intelligenza e anche la vita».
Oggi, davanti a una tomba che non permette più neppure di leggere il suo nome, quelle parole risuonano come un richiamo. Prendersi cura della sepoltura di don Ascanio Palloni non è solo un gesto di manutenzione, ma un atto di rispetto verso la storia della città e verso un sacerdote che, nei momenti più bui, non ha mai smesso di stare accanto al suo popolo.






