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Quel che a Empoli non è riuscito, viene riproposto e perfezionato altrove

05-06-2026 16:19 - Opinioni
di Stefano Tamburini

Imparano dai loro errori, perfezionano strategie, diventano sempre più avvolgenti e simulano perfino di essere ecologisti, usano la parola-chiave “green” per tentare di far passare ciò che “green” affatto non è. Proprio come avvenne a Empoli con il progetto del gassificatore del Terrafino, proposto, anzi quasi imposto dalla nascente Multiutility dei servizi, altro imbroglio nei confronti del cittadino per utilizzare le bollette per far lucrare privati pronti a investire sullo sfruttamento degli utenti dei servizi di energia, acqua e smaltimento rifiuti. I nuovi “predoni” delle bollette sono abili e astuti e non sempre si scontrano con realtà agguerrite come quella di Empoli.

Adesso, questi ayatollah degli affari propri, qualcosa di simile stanno per proporlo anche a Piombino, epicentro toscano delle peggiori nefandezze in tema ambientale. Non sono gli stessi protagonisti del tentato scempio del Terrafino ma appartengono alla stessa razza di nuovi padroni-predoni dell'energia. Nella cittadina di fronte all'Isola d'Elba, con l'abbaglio di appena venti posti di lavoro – che però ha fatto subito eccitare gli immancabili onanisti di tutto ciò che è fetido ma comunque sembra offrire qualcosa in cambio – il progetto viaggia da tempo sotto traccia ed è pronto a riemergere. Quasi in parallelo a uno dei tre mega “cavidotti” (Albania-Puglia, Algeria-La Spezia e Tunisia-Golfo di Follonica) che stanno per essere realizzati per replicare con l'energia rinnovabile ciò che veniva e viene ancora fatto con le fonti fossili. E cioè, rendere il cittadino dipendente da fornitori che hanno fatto cartello fra di loro e che devono servirsi da Paesi lontani. Con un dettaglio non di poco conto: se gas e petrolio andavano presi dove c'erano, l'energia rinnovabile è ovunque, basterebbe incoraggiare la produzione autonoma e si potrebbe arrivare anche a case a bolletta zero. Con una controindicazione pesante per gli aspiranti padroni-predoni: finirebbe o verrebbe pesantemente ridimensionata la gigantesca opera di speculazione a danno del cittadino. Che nel caso dell'energia solare o eolica diventerebbe a tariffe di usura, considerando il differenziale fra costo reale e quello in bolletta. Il tutto con devastanti complicità, che speriamo dipendano solo da errori di valutazione e non ci sia sotto niente di peggio, di alcune fra le principali associazioni ambientaliste. E pure di Arci e Cgil. Per non dire di alcuni esponenti dei comitati che si oppongono alla presenza del rigassificatore nel piccolo porto di Piombino e che esultano solo perché l'“attacco” del cavidotto alla prateria di posidonia, per poche decine di metri, è nella spiaggia del vicino comune di Follonica. Stupidità allo stato puro, eppure dilaga.

LA “SPERIMENTAZIONE” AL TERRAFINO

Occorre partire proprio da Empoli per comprendere meglio ciò che stanno tentando di replicare altrove e con un minimo di apprensione per un sempre possibile ritorno di fiamma magari con altre caratteristiche, perché quel progetto alla Multiutility serve per far quadrare i conti e hanno provato – anche qui invano – a riproporlo a Rosignano. Chi ha buona memoria certamente ricorderà che all'inizio quel gassificatore – che sarebbe dovuto sorgere a quattro chilometri dal centro di Empoli – aveva un nome che faceva pensare ad altro: “Distretto circolare”. Tattica ben precisa per non far capire che era un impianto che serve a bruciare rifiuti per produrre syngas da fornire (anche) a una vicina vetreria. Era l'estate del 2022 e la protesta quasi spontanea e poi ben sostenuta da comitati guidati da persone cariche di appassionante competenza, aveva costretto a una frettolosa e stizzita ritirata la sindaca Brenda Barnini, che all'inizio aveva sostenuto senza esitazioni quell'operazione.

All'epoca nell'elegante brochure di presentazione l'impianto del Terrafino veniva definito come “trattamento di frazioni di rifiuti urbani composte da scarti del recupero delle raccolte differenziate (come plastica non riciclabile) e da altri rifiuti solidi urbani provenienti dal trattamento delle raccolte indifferenziate”. La sindaca aveva convocato due assemblee pubbliche ma a numero chiuso, bisognava addirittura prenotare: Alia (la società che faceva da base alla nascente Multiutility) si era presentata con l'amministratore delegato, Alberto Irace, e con tecnici pronti a sostenere la tesi del bengodi. C'erano l'architetto di fama internazionale Marco Casamonti e il professore di botanica all'Università di Firenze Stefano Mancuso, chiamati a dare una pennellata ecologica a quello che i comitati definiscono invece un “ecomostro mascherato”. L'architetto aveva inserito l'impianto in un contesto idilliaco: «Il mio compito è coniugare il paesaggio con un edificio industriale. Per fare questo, la struttura di acciaio sarà circondata da un parco di sette ettari, con 1.300 alberi e 90 mila piante. L'idea è che da lontano si veda solo verde, come un parco urbano che sia anche vivibile dai cittadini e dove possano essere realizzate delle strutture di interesse per la città: laboratori, un centro di ricerca, sedi di associazioni».

Insomma, un paradiso accompagnato dall'immancabile promessa di bollette scontate per i cittadini. Nella brochure era scritto che “il distretto circolare recupererà dai rifiuti un gas di sintesi, il syngas. E dal syngas saranno a loro volta ricavati metanolo e idrogeno”. Inoltre c'è la promessa di “emissioni insignificanti” e ci si appoggia alla normativa europea sulla transizione ecologica. Tutto vero? Nel dubbio, i comitati chiesero meno ombre. Mancavano dati, mancava un progetto vero. E mancava soprattutto la valutazione di una commissione di esperti nominata dai cittadini, perché non era accettabile di poter esaminare solo ciò che veniva fornito dai proponenti.

Alla fine non se ne farà di niente, perché emergeranno sconvolgenti verità sui brevetti usati per la tecnologia di base. Insomma, sarebbe stato un impianto altamente pericoloso.

A PIOMBINO UNA STORIA SIMILE A QUELLA EMPOLESE

Nella sonnacchiosa e ormai assuefatta Piombino, persa la battaglia per il rigassificatore nel porto e con una visione devastante – ma sarebbe dire prona al limite dell'imbarazzante – del progetto del “cavidotto”, anche questo impianto rischia di passare sottotraccia. Il progetto non nasce oggi, le prime tracce riportano alla fine del 2023, con l'acquisto – da parte della società Get Energy Piombino srl – di un capannone nell'area industriale di Montegemoli, a ridosso di quel che resta delle fabbriche e di una devastante discarica piena di scarti tossici. Ovviamente il progetto viene avvolto da una patina di ecologia, che non guasta mai. Ma il realtà si tratta di un impianto basato sul trattamento termico di rifiuti plastici e vetroresina per produrre syngas e synoil, con la conseguente combustione del syngas in motori endotermici e produzione di energia elettrica. Si parla di “dissociazione molecolare” per far capire che non è una vera e propria combustione ma la necessità di valutare emissioni e tossicità del prodotto ricavato esiste e come.

Un primo esame della documentazione depositata sul portale della Regione Toscana offre valutazioni piuttosto inquietanti. Ci sono innanzitutto ben pochi riferimenti agli scarti (fanghi) derivati dalla lavorazione e al loro smaltimento. Inoltre, il progetto non riguarda solo un semplice recupero meccanico di materiali plastici ma un trattamento termico di rifiuti con produzione di combustibili intermedi e successiva combustione. In più il taglio degli scafi, dopo l'eliminazione di componenti non utili alla combustione, non è indenne da rischi di inquinamento.

Le questioni da chiarire sono tantissime e diventa difficile pensare che nei trenta giorni concessi per presentare le osservazioni ci sia chi possa farlo in modo efficace. In ogni caso, in sintesi, le criticità rilevate convergono su un punto principale: il progetto deve essere valutato per la sua natura effettiva, cioè trattamento termico di rifiuti plastici e vetroresina con produzione di gas e olio di pirolisi e combustione del gas in motori, non solo per la denominazione commerciale di “dissociazione molecolare”. Che di fatto è uno specchietto per le allodole.

Le questioni più rilevanti sono: mancata dimostrazione definitiva dell'assimilabilità del syngas al gas naturale; possibile inquadramento come incenerimento; non piena rappresentatività della sperimentazione rispetto a scafi/vetroresina; insufficiente chiarimento su ceneri, synoil, fanghi e reflui; possibile sottovalutazione delle emissioni diffuse da vetroresina; necessità di scenari emissivi non ordinari; mancanza di validazione industriale pubblica del brevetto nelle condizioni di Piombino.

In sede istruttoria appare opportuno richiedere integrazioni sostanziali e verificabili: prove su matrici rappresentative, bilanci di massa ed energia, caratterizzazione completa e ripetuta del syngas, classificazione di tutti i residui, aggiornamento dello studio atmosferico con scenari ordinari e non ordinari.

POI CI SONO I CAVIDOTTI (CON COMPLICITÀ)

Tutto questo mentre sta avanzando quasi senza ostacoli la stortura dei cavidotti, che altro non sono che “tubazioni” di energia elettrica prodotta a costo zero, devastando aree desertiche grandi come l'intera provincia di Livorno nei deserti tunisino e algerino o nelle campagne dell'Albania. In quest'ultimo caso c'è di mezzo una joint-venture Italia-Albania-Emirati Arabi, negli altri due a occuparsene è una società creata ad hoc (la TI-Link), fondata da un ex amministratore delegato di Snam e infarcita di dirigenti provenienti dalle società petrolifere e da Terna, la società che gestisce la rete di distribuzione dell'energia. Con capitali provenienti anche dai soliti grandi fondi di investimento come Blackrock. Di fatto è una prosecuzione dello sfruttamento delle bollette del cittadino per permettere ai soliti noti di trarre profitti che, con una diversa gestione delle politiche energetiche, sarebbero rimasti nelle tasche dei cittadini. O meglio, si sarebbero riversati in consumi, con ampi benefici per l'intera economia nazionale.

Invece questi cosa hanno fatto? Prima, nelle precedenti postazioni lavorative di rilievo, hanno continuato a far prosperare le fonti fossili. E, al contempo, hanno impedito a Terna di realizzare una rete realmente bidirezionale, che permettesse a chi produce energia in casa con i pannelli di poterla riversare nella rete senza troppi ostacoli. Oggi, invece, di fatto, lo scambio avviene solo all'interno dell'area servita dalla stessa cabina di distribuzione.

Per realizzare il cavidotto dalla Tunisia al Golfo di Follonica l'investimento previsto è di otto miliardi; per quello dall'Algeria alla Spezia è di dieci. Con diciotto miliardi si sarebbero potuti finanziare a fondo perduto gli impianti di quasi due milioni di famiglie, e quindi di quasi un sesto della popolazione. E si potrebbe arrivare al doppio se l'altra metà dei capitali – recuperabili con l'equivalente di tre anni delle attuali bollette – venissero dal normale mercato bancario. Solo che in questo modo si renderebbero completamente liberi da oneri i cittadini, a parte quelli iniziali per realizzare l'impianto. Invece i diciotto miliardi investiti saranno tutti quanti recuperati, sia pure indirettamente e con confortevoli interessi, dalle bollette. Quindi dai già asfittici bilanci delle famiglie e delle attività imprenditoriali.

Senza contare l'impatto devastante sul piano ecologico. Con Legambiente che addirittura plaude a quella che viene definita «una buona occasione strategica». E con il sindacato Cgil e l'Arci pronti ad accodarsi.

Tutto questo mentre viene scatenato l'inferno a ogni minimo progetto di installazione di pale eoliche o pannelli solari su aree ex industriali. Anche quando tutto è molto limpido sul piano dei progetti e sulla provenienza dei capitali. Al contrario di quanto avvenuto in passato per alcune devastanti operazioni con pannelli solari disseminati in area agricole prese in affitto ad alti costi, anche questi da riversare in bolletta.

Oggi in troppi fanno finta di non sapere che il settore del fotovoltaico è diventato uno dei canali preferiti dalla criminalità organizzata per il riciclaggio di denaro sporco e per le frodi finanziarie, a causa degli ingenti flussi di sussidi pubblici e della complessità delle catene di fornitura. Ma quest'ultimo aspetto merita una riflessione a sé.

Per ora di carne al fuoco ce n'è già abbastanza. Con una certezza: stanno cercando di fregarci. Anzi, ci stanno già riuscendo benissimo. E la capacità di reagire è molto vicina allo zero. Purtroppo.