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Violenza di genere, a Empoli il confronto promosso da Fidapa: «Non è un fatto privato, riguarda tutti»

17-10-2026 14:32 - Cronaca
La violenza di genere non è una questione privata, che riguarda soltanto chi la subisce e chi la agisce, ma un problema sociale che coinvolge l'intera comunità. Per contrastarla non bastano gli interventi successivi agli episodi più gravi: è necessario un cambiamento culturale da costruire insieme, attraverso l'educazione al rispetto, alla gentilezza e a relazioni sane. È questo il messaggio centrale emerso dalla mattinata di approfondimento organizzata sabato 17 ottobre dalla sezione di Empoli di Fidapa BPW Italy, in occasione dell'apertura dell'anno sociale 2026-2027.

L'incontro, dal titolo “Relazioni violente. Conoscere la violenza di genere, reti e percorsi di protezione. Contributo Fidapa per costruire una cultura del rispetto”, si è svolto nella sala conferenze della Venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Empoli, raccogliendo interesse e partecipazione.

Un'occasione di confronto che ha messo insieme competenze giuridiche, istituzioni, forze dell'ordine e professionisti impegnati nella prevenzione e nel contrasto della violenza, con un obiettivo che va oltre la conoscenza degli strumenti di tutela: comprendere che la responsabilità di costruire una società più rispettosa appartiene a tutti.

«Il cambiamento culturale dobbiamo farlo tutti insieme»
Ad aprire i lavori è stata Barbara Zari, presidente della sezione empolese di Fidapa, che ha sottolineato l'importanza di affrontare il fenomeno nella sua complessità, senza limitare l'attenzione ai casi di femminicidio che periodicamente colpiscono l'opinione pubblica.

La violenza, infatti, presenta molteplici sfaccettature e può manifestarsi attraverso comportamenti psicologici, verbali, economici e digitali, spesso prima di arrivare alle forme più estreme. Per questo, ha evidenziato Zari, è fondamentale rafforzare l'informazione, la sensibilizzazione e il dialogo con le istituzioni, rendendo sempre più conosciute le reti di supporto disponibili sul territorio.

Ma il risultato più importante del convegno è stato proprio aver riportato il tema alla sua dimensione collettiva: la violenza non è un fatto privato, ma riguarda tutti e richiede una trasformazione culturale condivisa.

Da qui la necessità di educare al rispetto e alla gentilezza, promuovendo fin dall'infanzia relazioni fondate sull'ascolto, sulla dignità della persona e sul riconoscimento dell'altro. Un percorso che non può essere delegato esclusivamente alle famiglie, alla scuola o ai servizi specializzati, ma che chiama in causa l'intera comunità.

Dalle reti di protezione alla prevenzione, il ruolo del territorio
Nel corso della mattinata è emersa anche l'importanza di conoscere i servizi che operano sul territorio e i percorsi ai quali le donne possono rivolgersi quando vivono situazioni di violenza. La presenza di professionisti provenienti da ambiti differenti ha consentito di affrontare il problema da più punti di vista, mettendo in relazione tutela legale, intervento delle forze dell'ordine, sostegno psicologico e attività dei centri antiviolenza.

A introdurre e coordinare gli interventi è stata l'avvocata Benedetta Marmugi, del Foro di Firenze. Dopo i saluti istituzionali di Barbara Zari e di Valentina Torrini, assessora alle Pari opportunità del Comune di Empoli, sono intervenuti Elisabetta Renieri, avvocata e socia Fidapa; Angelo Corrente, comandante della Compagnia dei Carabinieri di Empoli; Annalisa Gordigiani, avvocata del Foro di Firenze; Antonella Ninci, avvocata e presidente di RIGEL; Chiara Bellini, psicologa e psicoterapeuta del Centro antiviolenza Lilith; Lorenzo Tendi, ispettore della Polizia di Stato a Firenze; Alessandra Pauncz, presidente del CAM di Firenze; e Maria Cira D'Antuono, presidente della Commissione Pari opportunità.

Il confronto ha permesso di richiamare l'attenzione sulle diverse forme della violenza, comprese quelle che si sviluppano attraverso gli strumenti digitali, e sulla necessità di rendere accessibili le informazioni relative ai diritti e alle possibilità di protezione.

Accanto agli interventi, letture, musica e immagini hanno contribuito a creare un percorso di riflessione capace di coinvolgere i partecipanti anche sul piano emotivo e culturale.

Rossana Piccardi, l'arte per dare voce al dolore
Tra gli elementi che hanno accompagnato la riflessione, le opere di Rossana Piccardi (al centro nella foto sotto, a sinistra), sorella di una vittima di femminicidio. La sua presenza ha portato al centro della giornata una dimensione diversa da quella giuridica e istituzionale: l'esperienza personale di chi si trova a convivere con una perdita segnata dalla violenza.

Trasformare il dolore in arte, per ritrovare la forza di guardare oltre. È questo il senso del percorso artistico di Piccardi, nei cui quadri la pittura diventa voce, memoria ed emozione.

Ogni pennellata può raccontare ciò che le parole non sempre riescono a esprimere: il dolore per una persona che non c'è più, le ferite invisibili lasciate dalla violenza, la fragilità di chi resta e, insieme, la forza necessaria per continuare a vivere.

Non si tratta di cancellare il dolore o di trovare risposte semplici a una perdita che non può essere riparata. L'arte diventa piuttosto uno spazio in cui riconoscere le proprie emozioni, attraversarle e trasformarle in qualcosa che possa essere condiviso con gli altri.

In questo senso, le opere di Piccardi hanno offerto al convegno un messaggio che va oltre la testimonianza individuale. L'arte può diventare un ponte tra il dolore privato e la consapevolezza collettiva, un modo per rendere visibili le conseguenze della violenza e invitare chi osserva a non distogliere lo sguardo.

La storia di una sorella che continua a confrontarsi con l'assenza attraverso la creatività ricorda che dietro ogni femminicidio non c'è soltanto una vittima, ma una rete di affetti spezzati, famiglie segnate e persone costrette a ricostruire la propria quotidianità. Dare spazio a queste storie significa riconoscere che la violenza lascia ferite che non si esauriscono nel momento in cui un fatto entra nelle cronache.

L'esperienza artistica diventa così anche uno strumento di sensibilizzazione: non soltanto rappresentare il dolore, ma trasformarlo in occasione di ascolto, riflessione e consapevolezza.

Dalla mostra della Santissima Annunziata al lavoro nelle scuole
Il tema dell'educazione al rispetto si collega direttamente al lavoro che Fidapa porta avanti da anni nelle scuole, nella convinzione che la prevenzione debba cominciare molto prima che si manifestino comportamenti violenti.
In questo percorso si inserisce anche la mostra “Donne al centro”, ospitata alla Santissima Annunziata, richiamata da Barbara Zari come esempio concreto di un impegno educativo e culturale costruito nel tempo.
L'iniziativa nasce infatti da un lavoro pluriennale di Fidapa nelle scuole e rappresenta un tassello di un progetto più ampio, volto a sensibilizzare le nuove generazioni, promuovere la consapevolezza e contribuire al superamento degli stereotipi.
to cÈ proprio in questi percorsi che si possono riconoscere i primi segnali di un cambiamento possibile: non risultati immediati o definitivi, ma semi da coltivare attraverso la continuità educativa, il confronto e la partecipazione.

«Sono i primi germogli per una comunità più consapevole», è il senso del messaggio rilanciato dalla presidente, collegando il convegno al lavoro portato avanti negli anni dall'associazione.

Una comunità più consapevole nasce dal rispetto quotidiano
La mattinata di Fidapa ha lasciato così una riflessione che va oltre il singolo appuntamento: contrastare la violenza di genere significa intervenire quando è necessario proteggere chi si trova in pericolo, ma anche lavorare ogni giorno per prevenire le condizioni culturali che alimentano il mancato rispetto e le relazioni di sopraffazione.

Le reti territoriali sono indispensabili per offrire aiuto concreto. Allo stesso tempo, la scuola, le associazioni, le istituzioni e le famiglie possono contribuire a diffondere una cultura nella quale la violenza non venga considerata un problema da affrontare soltanto quando diventa visibile, ma una responsabilità collettiva da prevenire.

È questa la direzione indicata dall'incontro empolese: educare alla gentilezza non come semplice buona maniera, ma come riconoscimento della dignità altrui; promuovere il rispetto non come principio astratto, ma come pratica quotidiana; fare rete affinché nessuna donna sia lasciata sola.

Un lavoro paziente, che richiede continuità e collaborazione. E che, come dimostrano le iniziative nelle scuole e il percorso di Donne al centro, può già mettere a dimora quei primi germogli da cui far crescere una comunità più attenta, consapevole e capace di riconoscere la violenza come una questione che riguarda tutti.