News
percorso: Home > News > Primo piano

Umberto Bonanni: «Il Beat festival? E' diventato una città nella città»

25-08-2026 15:14 - Primo piano
Alla vigilia della dodicesima edizione, il Beat Festival si presenta come qualcosa di molto più grande di una semplice rassegna musicale. Nato nel 2015 con l'idea di portare la musica live dentro un parco e di costruire intorno ai concerti una festa aperta e articolata, il festival è cresciuto insieme a Empoli, fino a diventare un appuntamento riconoscibile e profondamente radicato nel tessuto cittadino.

La formula, pensata fin dall'inizio per mettere insieme una parte a pagamento e una più ampia area gratuita, ha permesso al Beat di rivolgersi a pubblici diversi e di sperimentare linguaggi, generi e artisti. Anche gli anni della pandemia, che avrebbero potuto interromperne il percorso, sono stati invece affrontati con due edizioni ridimensionate ma particolarmente significative, capaci anche di intercettare artisti poi diventati protagonisti della scena musicale italiana.

Nel racconto di Umberto Bonanni, organizzatore del festival, c'è soprattutto la storia di una crescita fatta di tentativi, intuizioni, errori e correzioni. E c'è la sorpresa per quello che il Beat ha trovato a Empoli: un pubblico partecipe, una rete di collaboratori e partner, un tessuto economico e sociale capace di accogliere il festival e, nel tempo, di farlo proprio. Tanto da trasformare, per alcuni giorni, il parco in una vera «città nella città».

Oggi il Beat guarda avanti senza rinunciare alla propria vocazione originaria: portare a Empoli la musica internazionale e italiana di qualità, continuando però a dare spazio soprattutto ai giovani e agli artisti emergenti. Con la consapevolezza che crescere significa anche affrontare nuove complessità e nuove responsabilità.

Umberto Bonanni, come si arriva alla dodicesima edizione del Beat?
«Si arriva con una certa soddisfazione, perché il festival è nato nel 2015 e non si è mai realmente fermato. Anche durante il Covid siamo riusciti a realizzare due edizioni, che dal punto di vista organizzativo sono state particolarmente complesse per tutte le regole che dovevamo rispettare. Erano edizioni più piccole, ma molto interessanti: alcuni degli artisti che passarono da lì, come Frah Quintale e Venerus, sono poi diventati nomi importanti».

Da dove nasce l'idea del Beat?
«Nasce dall'idea di fare una manifestazione in un parco e di modularla su più livelli. Noi organizziamo festival musicali da tantissimi anni, come gruppo esistiamo da circa trent'anni e abbiamo lavorato anche su manifestazioni importanti. Eravamo però abituati soprattutto a festival urbani, nelle piazze. A un certo punto abbiamo voluto coniugare la musica live con un'idea di festa più ampia. E abbiamo avuto fin dall'inizio un'intuizione che secondo me è stata importante: non fare un festival completamente gratuito né completamente a pagamento. Abbiamo costruito un'area con il palco a pagamento e una parte più ampia gratuita».

Una formula che ha funzionato quasi immediatamente.
«Sì. Il Beat è partito subito forte. La prima edizione, nel 2015, fu già molto importante e ci diede la sensazione che ci fosse un potenziale enorme. Non è stato un festival che ha avuto bisogno di anni per trovare il proprio pubblico».

C'è però un'edizione che ricorda più delle altre?
«Il 2018. È stata un'edizione sulla quale abbiamo profuso tantissimo lavoro e nella quale abbiamo provato a sperimentare diverse direzioni. Anche dal punto di vista grafico avevamo costruito un progetto molto particolare, ispirato alla luna piena, con una luna dai tentacoli che diventava il tema dell'intera manifestazione. Avevamo artisti internazionali molto importanti, ma anche tanti nomi italiani che in quel momento stavano emergendo, come Cosmo e Motta. E soprattutto avevamo sviluppato molto la parte gratuita, aggiungendo anche una tenda da circo con spettacoli di circo urbano».

Quella fu anche una sorta di prova generale per il futuro del festival?
«Assolutamente sì. Fu un'edizione faticosissima, mostruosa dal punto di vista organizzativo, ma proprio per questo molto utile. Ci diede tanti segnali: alcune cose avevano funzionato benissimo, altre ci avevano fatto capire che dovevamo cambiare direzione. Fu un vero spartiacque e ci permise di migliorare negli anni successivi».

E poi c'è Empoli. Perché proprio Empoli?
«È una bella domanda. Inizialmente ci ha portato qui soprattutto il parco. Ma una volta arrivati abbiamo scoperto qualcosa che non conoscevamo: un pubblico straordinario, un tessuto sociale ed economico molto forte. Ogni anno questa cosa continua a stupirci. Abbiamo un pubblico fantastico, che risponde molto bene ai concerti a pagamento, ma soprattutto abbiamo trovato partner e collaboratori locali eccezionali. Con molti di loro, nel tempo, è nata anche un'amicizia».

Quindi il Beat non è più soltanto un evento che arriva a Empoli, ma qualcosa che appartiene alla città?
«Sì, e questa è forse la cosa più bella. Ci sono persone che vengono ogni anno e che ormai hanno stretto rapporti di amicizia con gli empolesi. Alcuni tornano anche fuori dal periodo del festival, vengono a trovare gli amici, organizzano cose insieme. Per quei giorni è proprio diventata una città nella città. È una scoperta che abbiamo fatto una volta arrivati qui e che non avremmo potuto prevedere prima».

In questi dodici anni ci sono stati anche momenti difficili?

«Certo, e ce ne sono ancora. Il festival è una macchina complessa, piena di difficoltà e di trappole organizzative. A volte hai la sensazione di avere la benzina per arrivare fino a un certo punto, mentre l'obiettivo che ti sei posto è ancora più avanti. E questo può essere frustrante, perché sai che si potrebbe fare ancora di più ma, in quel momento, non ci sono le condizioni. La cosa positiva è che siamo sempre cresciuti e abbiamo sempre cercato di migliorare».

Anche quest'anno, alla vigilia dell'apertura, siete letteralmente sul cantiere.

«Sì, sono sul cantiere! Con le scarpe nel fango e la camicia, perché quest'anno il tempo ci ha messo un po' alla prova. Il maltempo ci ha creato qualche disagio nelle fasi di montaggio e smontaggio e ha rallentato un po' i lavori, ma niente di più. Stiamo andando avanti».

Che Beat sarà quello che sta per cominciare?
«Sarà la dodicesima edizione, con artisti di rilievo e una programmazione che mantiene l'idea originaria del festival: mettere insieme musica italiana di qualità, artisti internazionali e una particolare attenzione alle nuove generazioni».

Proprio sul tema dei giovani, il Beat negli anni sembra aver costruito una sorta di vocazione
.
«Sì. E per me è una delle cose più appaganti della storia del festival. Dal 2018 abbiamo aperto molto quella porta e abbiamo fatto entrare tanti artisti giovani. Alcuni sono praticamente cresciuti dentro il Beat. Penso a Emma Nolde, ai Bnkr44, ma anche a Cosmo, Motta e a tanti altri artisti che sono passati da qui quando erano ancora in una fase diversa della loro carriera e poi sono diventati nomi importanti».

Che cosa ha trovato, in questi giovani artisti, che l'ha colpita particolarmente?
«Devo dire che umanamente li ho trovati fantastici. Io ormai ho una certa età, quindi posso dirlo: secondo me i giovani, tendenzialmente, sono migliori delle nostre generazioni. Hanno una grande educazione e un grande rispetto per il lavoro degli altri. Poi naturalmente ci sono anche situazioni diverse, perché una parte del mondo giovanile vive certe dinamiche che possono creare problemi e che vanno gestite. Ma questo non cambia la mia opinione: lavorare con tanti di questi ragazzi è stato davvero molto bello».

La musica per giovani, quindi, resterà centrale nel futuro del Beat?
«Sì, anche perché questa è stata la nostra scommessa fin dall'inizio. In Italia senti spesso i Comuni dire: "Portatemi qualcosa per i giovani". Noi abbiamo provato a farlo davvero, osando e sperimentando. La musica per i giovani deve rimanere. È chiaro che oggi ci sono delle criticità e che vanno gestite, ma non possiamo rinunciare a quella parte della nostra identità».

La nuova edizione parte subito con un problema: il concerto del 29 in cartellone prevede l'esibizione di Tony Boy, che è alle prese con guai giudiziari.
«Indipendentemente da questi, ci si pone anche una questione etica sugli artisti che salgono sul palco del Beat, sulle proposte che facciamo al nostro pubblico. Al momento non abbiamo una soluzione certa: ma abbiamo qualche alternativa per non lasciare sguarnita quella serata».

E se dovesse indicare il sogno nel cassetto?
«Ne darei più di uno. Ben Harper e Manu Chao. Sono artisti che forse oggi non vengono più considerati propriamente "per giovani", ma rappresentano perfettamente la filosofia del Beat. La nostra storia è partita con i Subsonica, con il Sound System, con i Gogol Bordello, e poi è passata attraverso artisti internazionali come i Franz Ferdinand e tanti grandi nomi italiani. L'idea è sempre stata quella: musica internazionale, musica italiana di grande qualità e la capacità di intercettare ciò che sta succedendo».

In fondo è questa la sfida che avete davanti: continuare a crescere senza perdere l'identità.
«Sì. E forse la cosa più importante è proprio questa. Il Beat è cresciuto, ma deve continuare a essere un festival capace di sperimentare. Dobbiamo migliorare, affrontare le difficoltà, capire dove possiamo arrivare. E dobbiamo continuare a coltivare il rapporto con Empoli, perché questa è una parte fondamentale della nostra storia. Quando siamo arrivati qui cercavamo un parco. Abbiamo trovato molto di più: abbiamo trovato una città, un pubblico e una comunità che nel tempo sono diventati parte del Beat».